Antonio Marras, un artista irrequieto

Inquietante. Ossessiva. Meravigliosa.

La mostra Antonio Marras. Nulla dies sine linea. Vita, diari e appunti di un uomo irrequieto alla Triennale di Milano dal 21 ottobre 2016 al 21 gennaio 2017 è un’esperienza che non può lasciare indifferenti.

Ingresso della mostra

Già dal titolo, che si ispira alla celebre frase di Plinio il Vecchio riferita al pittore Apelle che “non lasciava passar giorno senza tratteggiare col pennello qualche linea”, si intuisce la volontà dello stilista di far conoscere la sua urgenza creativa, l’arte senza la quale non gli è possibile trascorrere nemmeno un giorno della vita, quel desiderio di “mostrare una parte di me sconosciuta fino ad oggi”, come lui stesso dichiara. Un’anatomia dell’irrequietezza dell’uomo Marras, protagonista qui, che per una volta mette in ombra il celebre stilista osannato sulla scena della moda internazionale. Niente abiti da lui disegnati, infatti, né retrospettive più o meno fashion.

Varcando la soglia e attraversando i due “muri” di camicie appese a dei fili dai quali pendono anche dei campanacci che ricordano tanto le greggi della sua amata Sardegna, Marras ci fa entrare nel suo universo onirico (non a caso, le camicie sono appese a strutture di vecchi letti in ferro), chiedendoci di abbandonare ogni legame con la realtà, pronti a lasciarci andare alla dimensione del sogno.

Prima installazione all'ingresso della mostra

Il percorso lineare della lunga sala immersa nella penombra è inframmezzato da isole-installazioni illuminate da luci puntuali che si susseguono al centro l’una dopo l’altra, senza un filo logico, come sogni che incalzano e si rincorrono nel subconscio di una mente addormentata. La colonna sonora fatta di suoni, voci, stralci di musica, aiuta a immergersi in un’altra dimensione in cui tutto è confuso, indistinto, galleggia sulla superficie dell’inconscio, sensazioni che si mescolano aggrappandosi ai ricordi. Passeggiando nella semioscurità, l’infanzia di Marras, i continui riferimenti alla sua terra, al suo passato, diventano pian piano archetipi antichi che si inframmezzano ai ricordi della mia infanzia, dell’infanzia di tutti, che riemergono trasformandosi e deformandosi.

Un'installazione

Quello di Marras è un sogno d’infanzia sinistro, che disorienta perché presenta una realtà amputata della bellezza, una sorta di “insane beauty”. La favola di Marras è una fiaba ancestrale, di quelle che spaventano i bambini, trasformati in animali di pezza dai lunghi arti seduti in una vecchia classe. La ripetizione, l’enumerazione, contengono una certa infantile primitività: i grembiulini ordinatamente appesi fuori dall’aula esprimono un’ossessività quasi maniacale, che tutto ha tranne la vitalità della fanciullezza. Tutto sembra arrestarsi in simboliche nature morte, dai significati reconditi, come le alzate cariche di fiori e calchi di dentiere che ci mostrano l’infanzia come riflessa negli specchi deformanti di un carrozzone da circo.


Interno dell'installazione che ricrea un'aula di scuola

Esterno dell'installazione che ricrea un'aula di scuola

In un’altra isola, tre incubatrici accolgono ognuna un quaderno degli appunti dello stilista, che è possibile sfogliare indossando i guanti in lattice a disposizione e inserendo mani e braccia negli oblò: tutta la mostra è pervasa dall’idea dell’arte come bambino prematuro, aborto o feto nato morto, bimbi come creature inquietantemente fantastiche.

Una delle incubatrici

Quello di Marras è un incubo arcaico, un sogno dal quale non vedevo l’ora di svegliarmi, un viaggio sott’acqua dal quale desideravo riemergere, in cui corpi costantemente allungati con arti che si estendono a dismisura – come statue di Giacometti – mi trascinavano ancora più nell’abisso. Alle pareti, si scorgono degli ex voto, forme di devozionismo popolare; quadri, rielaborazioni, schizzi, bozzetti, collage. E poi porte, porte, porte. Vecchie porte ovunque, finestre dalle quali affacciarsi a realtà talmente umane da aver perso qualsiasi umanità, pertugi, tende dalle quali spiare una stanza-boudoir vietata ai minori in cui perdersi a spiare le ossessioni più intime.

Installazione con corpi appesi

Se la mostra avesse un odore, sarebbe di incenso misto a polvere misto a sangue rappreso, quel lato salino-dolciastro del sangue. L’odore dei ricordi…





Sara Radaelli

Sito della mostra




Foto scattate dall’autrice dell’articolo

O la borsa o la vita!

“Ma la vita, si capisce! Come potrei sopravvivere senza la mia borsa?”
Mi pare già di sentirle, schiere di fashion victim indignate per l’assurdità dell’intimazione. E, in effetti, quale donna rimarrebbe indifferente se le fosse sottratta questa estensione artificiale del proprio corpo?

Compagna, ricettacolo di segreti, complice, status symbol, objet d’art, accessorio indispensabile: la borsa è questo e molto altro, come spiega Robert Anderson nel libro Cinquanta borse che hanno cambiato il mondo, edito in Italia da De Agostini e tradotto da Maddalena Togliani. Un piacevolissimo volumetto di poco più di un centinaio di pagine, pubblicato in collaborazione con il Design Museum di Londra, che illustra in ordine cronologico le it bag più celebri del globo ma anche i tipi di borsa che hanno davvero rivoluzionato la vita di milioni di donne.

Copertina del libro
Cinquanta borse che hanno cambiato il mondo

Tra le 50 icone si trovano modelli intramontabili che non hanno bisogno di presentazioni, come la Kelly e la Birkin Hermès, la 2.55 di Chanel, la baguette di Fendi o la borsa nera in nylon di Prada. Ma anche modelli storici che hanno profondamente influenzato la storia della moda e del costume, o interessantissime curiosità che mostrano quanto il fashion tragga la sua linfa vitale dalle necessità sociali.

Le borse Birkin e Kelly di Hermès


Tra i modelli storici si annoverano forme senza tempo, come la bisaccia della fine dell’Ottocento, la borsa da medico dei primi del Novecento, la cartella da scolaro anni ’50, la shopper risalente agli anni 60 o la messenger di fine anni ’80. Oppure modelli nati a seguito del boom dei trasporti: sulla scia dei viaggi in diligenza o in treno a fine Ottocento è stata creata la carpet bag, la sacca da viaggio realizzata con scampoli di vecchi tappeti applicati su una struttura in metallo; durane l’epoca d’oro dei lunghi viaggi internazionali su treni come l’Orient Express viene creata da Louis Vuitton la steamer bag (1901) in tela e pelle dalla forma tozza e squadrata che traeva ispirazione dai sacchi postali in uso in America.

La steamer bag firmata Louis Vuitton

In fatto di curiosità, invece, mi ha colpito la borsa per la maschera antigas nata attorno al 1940. All’inizio della Seconda Guerra mondiale, il governo britannico fornì a ogni cittadino una maschera antigas, distribuendole in semplici scatole quadrate di cartone dotate di una lunga tracolla regolabile. Per assecondare il gusto estetico delle signore dell’epoca, i grandi magazzini furono invasi subito dopo da borsette del formato giusto per accogliere questo accessorio da portare – purtroppo – sempre con sé.

Le borse per la maschera antigas in "voga"
in Gran Bretagna attorno al 1940

Interessante anche l’evoluzione ecologista dei sacchetti per fare la spesa, presenti anch’essi in questo libro da leggere tutto d’un fiato. Dal self-opening sack brevettato da Charles Stilwell nel 1883, il mitico sacchetto di carta con pieghe laterali che stava in piedi da solo, che ha accompagnato generazioni di massaie americane fino agli anni Settanta ed è rimasto un simbolo della spesa a stelle e strisce negli anni del boom economico, passando per la busta di plastica con i manici che negli anni Sessanta rappresentò un’invenzione geniale, dimostratasi però nel tempo una seria minaccia per l’ambiente, fino alle moderne shopping bag a sfondo green, come la “I’m not a plastic bag” in stoffa di Anya Hindmarch (2007) e la Home in tela stampata di Hussein Chalayan (2009), autentici manifesti a favore dell’ambiente.

A sx, la Home bag di H. Chalayan e
a dx la "I'm not a plastic bag" di A. Hindmarch

Che si tratti di modelli ispirati a guanti da baseball (la Unique Bag Project di Issey Miyake), stivali di gomma per la pioggia (la Bootbag di Saskia Marcotti) o labbra rosse e carnose (la clutch Lips di Lulu Guinness), il legame tra borse e design, tra moda e vita reale è indubbio. Anche nel linguaggio: lo sapevate che dall’inseparabile Ferragamo di Margaret Thatcher è nato in inglese il verbo to handbag (letteralmente “prendere a borsettate”), che significa “trattare con durezza” in onore della Lady di ferro? O che la borsa da uomo, in circolazione dalla metà degli anni Novanta, è chiamata murse, dalla fusione dei termini inglesi man e purse?

Quindi forza, donne (e non solo) di tutto il mondo, ora tocca a voi scegliere la borsa dei vostri sogni! Io vi lascio con un piccolo gioiello: la Inro di Nathalie Hambro.

La borsa Inro di N. Hambro




Sara Radaelli

Percorsi e fragranze

“Sentire l’odore di chi ami,
sentirne la voce e sentirlo col cuore.
Sentire è il verbo delle emozioni.”

Questo verso della grande poetessa Alda Merini introduce l’evento di cui vorrei parlarvi questo mese, Straordinario Sentire, trilogia del profumo in tre atti, un percorso olfattivo a cura di Accademia del Profumo, realtà fondata nel 1990 per valorizzare il profumo come elemento essenziale del benessere, promuoverne la creatività, accrescerne la cultura e la diffusione in Italia.

Locandina dell'evento "Straordinario Sentire"

Il percorso-installazione interattiva è stato allestito nel mese di giugno a Milano, presso l’Orto Botanico di Brera, dove ha attirato oltre 1300 visitatori, e verrà riproposto a Firenze, nella suggestiva cornice dell’Orto Botanico del Giardino dei Semplici, in concomitanza con Pitti Fragranze 14, dal 9 all’11 settembre.


Insegna all'ingresso e scorcio dell'Orto Botanico di Brera, Milano

L’evento di Milano (che potete rivivere qui grazie al video-racconto e alla galleria fotografica di Accademia del Profumo) ha rappresentato una piacevole occasione per immergersi ancora una volta nell’universo degli odori, che immancabilmente evoca in ognuno di noi ricordi, persone, luoghi della memoria, vicini o lontani nello spazio e nel tempo. L’Orto Botanico di Brera ha accolto l’evento in una location naturale di grande bellezza, con un padiglione centrale dove è stato allestito il percorso vero e proprio, e un percorso-passeggiata nel giardino punteggiato da una serie di totem, piccole teche sparse in tutto il parco che richiamavano le varie famiglie olfattive.

Uno dei totem allestiti lungo il percorso all'Orto Botanico

Il percorso presentava inizialmente l’omonimo film inedito “Straordinario Sentire” (qui), che racconta l’evoluzione del profumo nella storia, dall’Antico Egitto passando per le corti rinascimentali, e giungendo infine al XX secolo con lo splendore degli anni ’20, il rivoluzionario Flower Power anni ’70, fino ai nostri giorni. Dopo questa introduzione, si entrava nel vivo cominciando ad annusare. 40 odori accompagnano i tre atti del percorso: il primo dedicato all'emozione, il secondo all'evoluzione, il terzo alla conoscenza.

Ampolle e cassetti nella prima fase del percorso

Il primo atto prevede 13 odori contenuti in ampolle senza etichetta, odori dei ricordi da abbinare ad oggetti contenuti in alcuni cassetti. Un gioco che risveglia piacevolmente i sensi evocando la fragranza del pane fresco, il profumo del mare e delle vacanze, la gomma da masticare appiccicata sotto i banchi di scuola…
Il secondo atto riguarda, invece, i mutamenti del profumo, la sua valenza sociale nel corso del tempo. Pannelli esplicativi presentano, nascoste in piccoli cassetti, spiegazioni sulla storia del profumo, in pillole.

Uno dei pannelli sulla storia della profumeria

Il terzo atto vuole mettere in luce il “dietro le quinte” della produzione, dalla fabbricazione della fragranza (con video e immagini sulle tecniche di lavorazione delle materie prime) al packaging, fino alla comunicazione. Gli spunti più interessanti li ho trovati nella parte sulla storia contemporanea, che presenta l’attuale incrocio di tendenze e gli ultimi trend: l’invasione del preziosissimo legno di oud nelle formule, una variante più “soffice” del classico accordo gourmand (in cui le note assumono sfaccettature più soavi di praline, di macaron e, soprattutto, di liquori – rum, whisky, gin – per appagare un pubblico maschile), la predilezione per l’accordo verde esperidato. Mi sono, inoltre, tuffata alla scoperta di nuovi odori che non avevo mai avuto l’occasione di sentire: negli ultimi tempi la sintesi ha prodotto in casa Mane la Red Seaweed Jungle Essence, un’essenza derivata da un’alga proveniente dalle coste bretoni che esprime accenti legnosi di muschio vegetale uniti a note marine (oltre all’odore, ricorda l’alga anche il colore verdognolo del liquido, molto persistente dato che impregna ancora la mouillette-segnalibro sulla quale l’avevo spruzzato).

Uno dei pannelli sulle attuali tendenze della profumeria

Sempre a proposito di sintesi e ultime tendenze, se decidete di intraprendere anche voi il percorso, non perdetevi l’esclusivo Champagne Living (di IFF) e la sublime Diamond Orchid (di Symrise), entrambi catturati con tecnica Headspace. In quest’ultimo caso, grazie alla tecnica Scent Trap, una tecnica di estrazione con spazio di testa brevettata da Symrise, è stato possibile ottenere il profumo di un’orchidea del Brasile che per 23 ore al giorno non emana alcun odore e solo per 40 minuti libera un sentore paradisiaco.

In generale, ho trovato questo percorso della durata di 1 ora circa un buon evento introduttivo alla profumeria. I neofiti potranno scoprire un universo interessante e alquanto sfaccettato, gli intenditori troveranno forse solo conferme e qualche curiosità da annusare, ma direi che nel complesso è risultato piacevole, con contenuti divulgativi corretti e ben strutturati (non a caso, dietro i contenuti di Accademia del Profumo si cela l’esperta Maria Grazia Fornasier, fondatrice e presidente di Mouillettes & Co.).

Brochure del seminario 'Tradurre il profumo. Le parole dell'invisibile'

Se questo articolo vi ha incuriosito, e magari siete anche traduttori, vi segnalo l’VIII edizione del mio seminario Tradurre il profumo. Le parole dell’invisibile, che si terrà a Bologna il prossimo 29 ottobre (brochure qui). Una giornata dedicata all’arte di tradurre nel settore delle fragranze, che non può prescindere dalla conoscenza delle basi della profumeria, e che propone un viaggio iniziatico per avvicinarsi consapevolmente a questo mondo grazie a un’esperienza olfattiva diretta: insomma, si studierà, si tradurrà e si annuserà a più non posso!


Sara Radaelli


Sito di Accademia del Profumo

Foto scattate dall’autrice dell’articolo.
L’immagine della locandina dell’evento è stata tratta dal sito Accademia del Profumo.

Ciak, si… sfila!


Il rapporto tra cinema e moda è sempre stato piuttosto tormentato. Se dapprima la settima arte guardava a quel mondo considerato effimero quasi con sdegno, nel corso dei decenni l’interesse è cresciuto e, oserei dire, maturato. O forse è la moda che negli ultimi anni ha rivolto uno sguardo interessato al cinema?
Vediamo di scoprirlo tratteggiando una breve storia (non esaustiva) delle pellicole dedicate all’universo del fashion.

Locandina del film Cenerentola a Parigi

Dopo un timidissimo approccio nel 1951 con il film La conquistatrice (di M. Gordon), la vera scintilla scocca nel 1957, quando Cenerentola a Parigi (di S. Donen) con Audrey Hepburn e Fred Astaire racconta l’avventura di Jo Stockton, una timida e intellettuale bibliotecaria che disprezza la vita mondana ritenendola solo un gioco di falsità ma, suo malgrado, viene scelta dalla rivista di moda Quality come nuovo volto per far sognare le donne americane. La giovane si lascia convincere a partire per Parigi dall’energica Direttrice della rivista, Maggie Prescott (tenete bene a mente questa figura), e la magica Ville Lumière farà il resto.

Scena tratta dal film Qui êtes-vous, Polly Maggoo?

Dopo questo primo passo nel mondo dorato del fashion, si tornerà a parlare di moda nel 1966, con la pellicola Qui êtes-vous, Polly Maggoo? (di W. Klein), la caustica storia di una famosa top model perseguitata dagli ammiratori, rimproverata da corteggiatori che l’accusano di non essere reale e inseguita da una troupe televisiva che vuole sezionare ogni istante della sua vita, ma che non si accorge che Polly è inseguita dai rapitori. "Chi sono io?” si chiede Polly, retoricamente, per rendersi conto un secondo più tardi che lei esiste solo nel momento in cui viene fotografata (“ogni fotografia che fanno mi rimane sempre meno di me stessa…”). Qui i toni cambiano, prende forma l’aspra critica che accompagnerà il sodalizio cinema-moda per molto tempo (anche in questo caso, tenete a mente il personaggio della editor). Sempre nel 1966, non si può non citare Blow-up diretto da M. Antonioni, in cui la moda gioca però un ruolo secondario.


Locandina del film Prêt-à-porter

Dopo un lungo silenzio, saranno due cineasti di fama internazionale a riprendere le fila del discorso: W. Wenders, nel 1989, con Appunti di viaggio su moda e città, che costruisce, in un elegante esercizio di regia audiovisiva, un corposo “film-saggio”, intervistando il noto stilista giapponese Yohji Yamamoto e intervenendo sui temi generali della comunicazione; e R. Altman, nel 1994, che affonderà il coltello nella piaga in Prêt-à-porter, in cui indaga sul mondo della moda con il suo ben conosciuto occhio critico rivelatore di luci e ombre. Il ritratto risulterà decisamente a tinte fosche e il film susciterà pareri assai negativi da parte del mondo che viene ritratto, che non accetta di essere descritto come una mera azienda commerciale.


Locandina del film Yves Saint Laurent 5
avenue Marceau 75116 Paris

Gli anni 2000 segnano finalmente una svolta: fanno la loro comparsa i cosiddetti “fashion doc”, i documentari sulla moda e, in particolare, sulle singole maison, che incoraggiano volentieri i registi ad occuparsi di loro. Il format si ripete quasi identico, vestendo i panni di una sorta di pubblicità occulta: il regista si immerge nella realtà della griffe per qualche tempo (a volte i mesi che precedono una sfilata) e filma il “dietro le quinte”, la preparazione di una collezione e della sfilata stessa. Inaugura questa nuova èra, Yves Saint Laurent 5 avenue Marceau 75116 Paris (di D. Teboul), del 2002, che segue Yves Saint Laurent e la sua squadra durante la creazione della collezione autunno-inverno 2001 (pensate che su YSL esistono altre tre pellicole, di cui parleremo più avanti). Il 2007 vede la nascita di Lagerfeld Confidential (di R. Marconi), altro documentario in cui il regista segue da vicino la vita privata e il lavoro di Karl Lagerfeld per raccontarne gli interessi e le passioni, facendolo parlare apertamente della sua vita e del suo privato; e di Marc Jacobs & Louis Vuitton (di L. Prigent), sull’esperienza dello stilista americano presso la maison Louis Vuitton e sui preparativi della sfilata per la collezione primavera-estate 2007.

Locandina del film Dior and I

L’anno seguente è la volta di Valentino - The Last Emperor (di M. Tyrnauer), sulla figura del grande couturier. Passa solo qualche anno e, nel 2011, saranno soddisfatti anche i fan di Tom Ford: in Visionaries: Tom Ford (di M. Bonfiglio), la telecamera lo riprende dal suo ritorno nel mondo della moda al prestigioso Womens Wear Show (in cui Ford ha presentato la sua nuova collezione femminile primavera-estate 2011), passando per il lancio del suo brand personale, fino alla realizzazione del suo primo progetto cinematografico. Segue a stretto giro di posta, nel 2013, The Director. Inside the house of Gucci (di C. Voros), documentario articolato in tre atti dedicato alla vita pubblica e privata di Frida Giannini, vulcanico direttore creativo di Gucci, visto come donna, leader e artista. La pellicola ripercorre i 18 mesi passati a esplorare cosa si cela dietro al glamour del brand. Dior and I (di F. Tcheng), del 2014, sembra chiudere la stagione del documentario portando gli spettatori dietro le quinte dell'alta moda e raccontando i retroscena della prima collezione haute couture realizzata da Raf Simons per la leggendaria maison Christian Dior nella primavera del 2012.

Locandina del film Coco Avant Chanel

Già dal 2009, l’interesse del cinema per la moda approda a un nuovo genere: la biografia. Con Coco Avant Chanel – L’amore prima del mito (di A. Fontaine), protagonista diventa infatti il fondatore della casa di moda (in questo caso, la leggendaria fondatrice), di cui si narra la vita prima di diventare una stilista di fama mondiale. Nel 2011 ritroviamo ancora YSL con Yves Saint Laurent – L’Amour Fou (di P. Thoretton), in cui il regista-fotografo fa rivivere l'arte del maestro della haute couture in un viaggio dai toni lunari e umbratili che si intreccia a una riflessione sulla fama, il lusso, la solitudine. Il grande schermo sembra amare questa figura a tal punto da dedicarle altre due biografie: Yves Saint Laurent (di J. Lespert) e Saint Laurent (di B. Bonello), biopic che si concentra sulla vita del famoso stilista nel periodo 1965-1976.

Locandina del film The September Issue

Ma la moda non è fatta solo di stilisti, e il cinema sembra saperlo molto bene: dedica, infatti, pellicole a riviste di settore (nello specifico, il celebre The September Issue, di R.J. Cutler, docu-film sulla figura di Anne Wintour e sulla vita di redazione nella sede di Vogue US durante il periodo di lavoro più intenso, quello del making-of del numero di settembre 2007), luoghi storici dello shopping (Fashion sulla 5th Avenue, di M. Miele, omaggio tributato al mitico emporio Bergdorf Goodman di Manhattan, punto di riferimento sulla Fifth Avenue e celebre per aver lanciato la carriera di molti noti stilisti) e personaggi cult che hanno scritto la storia della moda e del costume.

Locandina del film Diana Vreeland, l’imperatrice della moda

Come non citare a questo proposito Diana Vreeland, l’imperatrice della moda? Lisa Immordino Vreeland dedica a Diana Vreeland, iconica figura nel mondo del fashion, un goduriosissimo documentario (accompagnato, nello stesso cofanetto, dal libro Diana Vreeland – Le avventure di un occhio inquieto, di L. Scarlini) che ritrae colei che ha inventato la figura dell’editor moda, rivoluzionando l’editoria di settore, tanto da ispirare le figure delle temibili direttrici nei due film citati all’inizio dell’articolo. Prima di lei, le riviste femminili si interessavano di argomenti casalinghi o coniugali, al massimo proponevano un po’ di gossip altolocato: con la Vreeland, Harper’s Bazaar prima e Vogue poi hanno trasmesso un’idea della moda e della fotografia come forma d’arte, anticipando i cambiamenti sociali che passano immancabilmente anche per il costume. Non stupisce che la sua sfolgorante carriera si sia conclusa al Metropolitan Museum of Art di New York.

Copertina del libro Il diavolo veste Prada e locandina dell'omonimo film 

Uno sguardo divertente sulla moda lo regala il notissimo Il diavolo veste Prada (di D. Frankel) tratto dall'omonimo bestseller di Lauren Weisberger. Dopo aver tralasciato volontariamente tutti i film-spazzatura sull’argomento che dalla fine degli anni 2000 hanno invaso grandi e piccoli schermi, volevo chiudere citando una pellicola italiana che forse non tutti conoscono ma da non perdere: L’abito di domani. Storia della moda nel tempo (di G. Gagliardo), un percorso visivo che, dalle scarpe alle calze, dallo smoking al tailleur, dai jeans agli stracci di lusso, racconta per immagini le mode che cambiano, il costume che muta, la storia che rivoluziona i nostri modi di vivere, pensare, vestire.

Insomma, direi che ce n’è davvero per tutti i gusti. Non mi resta che augurarvi buona visione!



Sara Radaelli

Suggestioni Art Nouveau

Esperienze pre-raffaellite, grafica giapponese, Aubrey Beardsley, William Morris… come in un caleidoscopio di rimandi tutto qui trova il suo spazio.
 
Sto parlando della mostra Alfons Mucha e le atmosfere Art Nouveau, in calendario fino al 18 settembre a Palazzo Ducale, a Genova (una location peraltro splendida). Varcarne la soglia significa entrare letteralmente in un’altra epoca. Quella che, a cavallo tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, pervase tutta l’Europa di uno stile nuovo (nouveau, appunto), invadendo ogni campo dell’attività umana. Assumendo caratteristiche proprie in ogni paese (che l’ha ribattezzato, infatti, con nomi diversi: dallo stile Liberty o floreale italiano, allo Jugendstil tedesco, dal Modernismo spagnolo al Sezessionstil austriaco, dal Modern Style inglese allo Style sapin svizzero…), quest’ondata di novità ha unito l’Europa proponendo un gusto elegante, prezioso e sensuale.

Locandina della mostra 'Alfons Mucha e le atmosfere Art Nouveau'
 
Attratta dall’amore viscerale per quest’epoca, mi sono lasciata affascinare da un percorso ben studiato che ricostruisce questo periodo complesso, riconducendolo a una delle figure più significative di questo stile, Alfons Mucha (1860-1939). In mostra, oltre 120 opere tra affiche e pannelli decorativi dell’artista, unite a manufatti, arredi, sculture e disegni di altri artisti europei, per ricreare quella sensibilità unica nel suo genere. Nove sezioni tematiche evocano atmosfere e suggestioni per stupire e coinvolgere: ripercorriamo le più interessanti.

Manifesti teatrali disegnati da A. Mucha per Sara Bernhardt
 
La prima sezione, tra le più belle, è dedicata al teatro e a Sarah Bernhardt, una delle più celebri attrici teatrali della storia, la personificazione della diva, una vera icona del suo tempo, a cui Mucha dedicò poster e manifesti teatrali. In lei, l’artista ha potuto incarnare l’idea della figura femminile, a volte idealizzata in una creatura angelica, a volte femme fatale.

La sezione dedicata al giapponismo mostra l’influenza esercitata dall’arte esotica e orientale su quella europea. L’uso di linee marcate, il ricorso a sgargianti accostamenti cromatici, l’appiattimento bidimensionale e il rapporto tra pieni e vuoti: è questa l’eredità che l’Occidente ha saputo rielaborare.


Alfons Mucha, pendente sicomoro, 1905 (non presente alla mostra)
  
Anche la gioielleria fin de siècle ha subito un profondo mutamento del gusto a seguito del fenomeno dell’Art Nouveau, che ha portato con sé una nuova concezione delle arti applicate (oltre che figurative): libere linee fluenti, in netto contrasto con la rigidità precedente, tematiche accentuatamente naturalistiche, accostamenti cromatici nuovi. Lo stesso Mucha progettò diversi gioielli, che fece realizzare da abili orefici, ideando accessori dalle forme inedite che si ritrovano anche all’interno dei suoi manifesti.
 
Manifesto pubblicitario per i biscotti Lefèvre-Utile

E poi ancora il mondo animale, l’immaginario floreale, la vita quotidiana, il tempo, i materiali preziosi. Tutti temi toccati nelle varie sezioni della mostra e accomunati dalla ricchezza e dalla ricercatezza dell’Art Nouveau, corrente sfaccettata e quasi inafferrabile pur avendo permeato ogni piega della società. La leggera opulenza e la dovizia di particolari si ritrovano nelle immagini delle scatole dei biscotti (i primi timidi approcci pubblicitari hanno offerto grande spazio a questo stile) come negli abiti della moda dell’epoca. Sì, perché la moda, specchio dei tempi, non poteva rimanere indifferente a questa rivoluzione.

Mostra 'Alfons Mucha e le atmosfere Art Nouveau'
Cappella dogale, selezione di abiti d'epoca
 
La mostra le consacra l’ultima sala, la più suggestiva, la Cappella dogale, allestita con una selezione di abiti d'epoca di sartorie italiane e francesi. Qui la ricerca dell’eleganza e della raffinatezza sono palpabili, attraverso linee a S, tessuti pregiati, applicazioni, ricami ispirati al mondo vegetale. La rivoluzione Art Nouveau nella moda prende piede facendo dapprima ridurre progressivamente l’uso della crinolina e dei drappeggi, modificando poi le forme dei corsetti e delle imbottiture che modellano artificialmente il corpo femminile. L’andamento serpentino (ottenuto attraverso bustini allungati che stringevano anche la parte superiore dei fianchi, spingendo il petto in alto e accentuando l’inarcamento del fondoschiena) è messo in risalto dalle gonne lunghe fino ai piedi, aderenti sui fianchi e più larghe verso il fondo, creando linee svasate e a campana, accompagnate talvolta da un corto strascico. Seta, pizzo, tulle la fanno da padroni, grazie alla loro fluidità, impreziositi da bottoni, frange, perline, nastri, ricami, che spesso disegnano motivi tratti dal mondo floreale o animale.

Questa mostra rappresenta un viaggio iniziatico per chi ancora non conosce a fondo i segreti dell’Art Nouveau, un piacevole tuffo nel passato ancora più all’avanguardia del presente, un momento da dedicarsi nella penombra delle sale, accompagnati dalle opere del grande artista ceco.

 

Sara Radaelli

 
Sito della mostra 'Alfons Mucha e le atmosfere Art Nouveau'