Modest Fashion, Modest Italy

Attualmente sono un centinaio.
Cosa? Le settimane della moda nel mondo. Dedicate al prêt-à-porter, all’alta moda, alle sfilate ecologiche o a qualsiasi altro argomento possa suscitare interesse nel pubblico o negli addetti ai lavori. Tutti pazzi per le settimane della moda, verrebbe da dire. E, in effetti, ogni città ormai ne rivendica una, da Abu Dhabi a Zagabria. Solo in Italia se ne contano ben 16. Dal 2005 esiste anche la Torino Fashion Week (TFW) che, quest’anno, si è conclusa il 3 luglio scorso con un focus sulla Modest Fashion, la moda islamica rappresentata alla kermesse internazionale da ben 31 stilisti, per la maggior parte donne. Tra gli ospiti, l'Islamic Fashion and Design Council. La TFW ha proposto, inoltre, una mostra dedicata alla Modest Fashion e l’incontro dal titolo Dall’Islam all’Italia, la moda etica.

A sinistra: outfit Insaniyah (TFW 2017); a destra: outfit Chenille (TFW 2017)

Ma anche di Modest Fashion Week è pieno il mondo: da Londra a Istanbul, da Kuala Lumpur a Tokyo e Singapore. Un fenomeno, quello dell’abbigliamento di stile islamico, a cui avevo già accennato l’anno scorso sulla Moodboard in un articolo (qui) in cui parlavo, tra le altre tendenze del momento, dell’improvviso interesse delle grandi firme della moda (in primis Dolce e Gabbana) per questo tipo di realtà. Perché tornare a parlare dell’argomento? Semplicemente perché l’Italia è più che mai coinvolta dall’espansione di questo segmento di mercato, un coinvolgimento più che attivo!

Outfit Antonio Marras (AFW 2017)

Come ben sottolinea Pambianconews, “Con una stima di spesa di quasi 480 miliardi di dollari nel settore luxury fashion, la regione del Medio Oriente catalizza sempre di più l’interesse di addetti ai lavori provenienti da tutto il mondo”. E se Antonio Marras e Renato Balestra partecipano alla Arab Fashion Week di Dubai, per la Maison Gattinoni Couture, che da vent’anni serve la famiglia reale saudita, “Il Medio Oriente è uno dei pochi mercati ancora aperti agli abiti su misura”. Sdoganata anche all’ultima Fashion Week di Londra e uno dei comparti economici al centro del London Muslim Lifestyle Show, la Modest Fashion è un settore che nel mondo vale 300 miliardi di dollari ma che, secondo le stime, nel giro di 3 anni è destinato a superare i 400.

Outfit al London Muslim Lifestyle Show

Ma cosa si intende esattamente con Modest Fashion e che caratteristiche deve avere un capo per considerarsi tale? La Modest Fashion è l’abbigliamento islamicamente corretto che guarda alle tendenze occidentali. Una moda contemporanea e sincretica che ha acquisito visibilità grazie al fenomeno delle fashion blogger musulmane, le hijabistas, le islamiche smart e casual-chic che, come Wiwid Howat (e il suo blog The Girl Beneath The Headscarf), fanno tendenza ma senza scollature, trasparenze, aderenze, con maniche rigorosamente lunghe e caviglie e polsi ben coperti.

Outfit indossato da Wiwid Howat

Norme estremamente rigide. Ma che pare non frenino la creatività italiana. Nel nostro Paese, infatti, è nata la prima rivista sulla moda islamica, Fashion Gallery Modest, pubblicata da una casa editrice modenese. Il semestrale, che nelle parole della direttrice Lidia Casari “rappresenta oggi l'unica pubblicazione cartacea attualmente esistente in tutta Europa dedicata alla Modest Fashion", per ora si rivolge più agli addetti ai lavori della moda che ai clienti finali. E non è un caso che sia nato proprio a Modena. Qui, nel distretto di Carpi, sono circa 4000 le aziende tessili medio-piccole di lunga tradizione che hanno deciso di lanciarsi nella moda islamica, rivolgendosi soprattutto a una clientela estera. Il Made in Italy alla scoperta di un nuovo e fiorente mercato: anche la religione può essere business!

Copertina della rivista Fashion Gallery Modest

  
Sara Radaelli





Le foto dell’articolo sono tratte dai siti delle varie Fashion Week e dal blog di Wiwid Howat.

Gli artigiani di Hermès

Pazienza. È questa la prima parola che viene alla mente guardando lavorare un artigiano, qualsiasi artigiano. Anche quelli che contribuiscono alla riuscita di un marchio del lusso come Hermès. L’occasione di ammirare gli artigiani Hermès al lavoro è arrivata il mese scorso, quando a Milano è stato organizzato l’evento Hermès dietro le quinte. Presso la Pelota di v. Palermo, dall’11 al 17 maggio erano presenti 10 artigiani che lavorano nei laboratori francesi della maison. Obiettivo dell’evento: far conoscere le mani che si celano dietro oggetti culto come la borsa Kelly o l’orologio Dressage, le selle e i carré Hermès.

Locandina dell'evento Hermès dietro le quinte

Anche questa iniziativa rientra tra le attività di marketing delle aziende del lusso di cui abbiamo parlato a proposito delle Journées Particulières LVMH (leggi l’articolo su Fendi e Bulgari qui e quello su Loro Piana qui). In questo caso, però, non sono i visitatori a recarsi nelle fabbriche, ma è una mostra itinerante a raggiungere il pubblico, nelle principali città del mondo (è arrivata a Milano dopo aver fatto tappa a Parigi e Tokyo, presa d’assalto da 90.000 visitatori in totale). Inoltre, il marchio francese ha voluto mostrare anche i volti di coloro che realizzano manualmente, giorno dopo giorno, alcuni tra gli articoli più esclusivi al mondo, creando in tal modo un rapporto personale, di fiducia tra il brand e la clientela: gli artigiani parlano, descrivono, spiegano e interagiscono con il pubblico.

Scorcio dell'evento Hermès dietro le quinte

Di artigiani avevo già parlato in passato (vedi articolo sull’artista orafa Federica Pallaver qui) e tornerò sicuramente sull’argomento anche in futuro perché, oltre ad essere la mia passione, per chi si occupa di lusso è fondamentale conoscere ciò che sta dietro un oggetto: i materiali, le tecniche di produzione, gli attrezzi, l’abilità tecnica e l’estro artistico. E per noi italiani, dovrebbe essere un dovere dato che vantiamo tra i migliori artigiani al mondo. Tornando a Hermès, in occasione dell’evento sono stati allestiti 10 corner dove gli artigiani mostravano ai visitatori il lavoro necessario per la creazione di selle, articoli di pelletteria, gioielli, foulard, orologi, cravatte, ceramiche. Un percorso affascinante, che vorrei ripercorrere insieme…

Collage degli attrezzi utilizzati dagli artigiani Hermès

Un caleidoscopio di mestieri

Le sellier
Legato alle origini di Hermès, nato come produttore di selle e finimenti nel 1837, il mestiere del sellaio è forse il più rappresentativo del marchio (anche se forse il meno conosciuto dal grande pubblico), un mestiere che richiede anche forza fisica per garantire la massima affidabilità e comodità, creando e adattando la sella al cavaliere e alla morfologia del cavallo, assemblando le varie parti e cucendole a mano a punto sellaio (si impiegano 3 giorni, ovvero 25 ore, per realizzare una sella). L’atelier Hermès è costituito da 10 artigiani e si trova ancora in Faubourg Saint-Honoré, nel cuore di Parigi.

Atelier del sellaio e sellaio al lavoro

Le maroquinier
La pelletteria è uno dei settori più amati dalle clienti Hermès: le borse Kelly e Birkin sono ormai oggetti culto, battuti alle aste internazionali e degni di liste di attesa di mesi che le donne di tutto il mondo sono disposte ad accettare pur di possederne una. Il pellettiere trasforma i loro sogni in realtà, cucendo e assemblando i pezzi di una borsa e rifinendola con meticolosità. Una curiosità: la pelle di coccodrillo non può essere toccata con le dita (il sudore rischia di lasciare le impronte e creare macchie), quindi per lavorarla l’artigiano deve indossare dei guanti, che fanno però scivolare le mani. Un esercizio di equilibrismo…

Pellettiera al lavoro

Le sertisseur
L’incastonatore incassa le pietre preziose sul gioiello, dando vita a capolavori di inestimabile valore. All’evento, mostrava come si crea il pavé di oltre 2500 diamanti del bracciale Galop Hermès, per il quale sono necessari 30 giorni di lavoro.

Incastonatore al lavoro e schema preparatorio per l'incastonatura di un gioiello

Le graveur sur soie e l’imprimeur sur soie
L’incisore su seta ha l’arduo compito di scomporre a computer il disegno di ogni foulard in un numero di lastre equivalenti ai colori richiesti, indicando anche effetti materici, sfumati, contorni: un mestiere tutt’altro che semplice dato che i carré Hermès sono noti proprio per la moltitudine di colori (per un disegno di 30 colori, l’incisore impiega circa 1700 ore, un anno di lavoro). Nell’infografico si riassume la figura dell’artigiano moderno: il lavoro viene eseguito a mano con una penna digitale ma elaborato a computer. In collaborazione con l’incisore lavora lo stampatore su seta, che colora materialmente la stoffa in base ai quadri impostati dal collega, uno per colore, utilizzando la tecnica del “quadro alla lionese” (sviluppata a Lione negli anni ’30).

Infografica al lavoro e stampatore su seta al lavoro

La roulotteuse
È l’orlatrice specializzata negli orli frullati alla francese, l’artigiana che si occupa della finitura di tutti i carré Hermès in seta, cachemire, mussola… Per raggiungere la perfezione, il gesto preciso dell’orlatrice richiede almeno 12 mesi di apprendistato.

Orlatrice al lavoro

Le verrier
Per produrre i suoi capolavori, il vetraio lavora con colate di cristallo fuso. Non potendo dare in loco una dimostrazione pratica di questo mestiere, alla mostra era possibile visitare la cristalleria Saint-Louis (fondata nel 1586 e acquisita da Hermès nel 1989) con l’ausilio della realtà virtuale: un viaggio a 360° in compagnia dei maestri artigiani per scoprire le varie fasi di lavorazione.

L’horloger
L’orologiaio mostrava come si assembla un orologio, nello specifico un Dressage, montando le minuscole parti con gesti lenti ed estremamente minuziosi, immergendosi nell’universo dell’infinitamente piccolo con incredibile abilità. Come un direttore d’orchestra che scandisce le ore e dirige la danza del tempo.

Orologiaio al lavoro

Le confectionneur de cravates
Il confezionatore di cravatte assembla, piega e cuce a mano con un unico filo (non sono previsti nodi di giuntura) ogni singola cravatta Hermès: un lavoro eseguito a regola d’arte che, in un giorno, riesce a produrre una quarantina di pezzi.

Confezionatrice di cravatte al lavoro

Le peintre sur porcelaine
Il pittore su porcellana è il maestro artigiano che più si avvicina alla figura dell’artista. Per Hermès, rifinisce tutti i pezzi con un bordino in oro o platino e decora alcuni esemplari d’eccezione, tutti rigorosamente a mano, negli atelier vicino a Limoges, con una tecnica elaborata a Sèvres e risalente al XVIII secolo.

Pittrice su porcellana al lavoro e prove colore

A corollario di questo evento straordinario, in un’aula-cinema è stato proiettato il documentario Les mains d’Hermès, diretto da F. Laffont e I. Dupuy-Chavanat (Francia, 2011, 47’), in cui si narrano 10 storie di altrettanti artigiani Hermès, per mettere in evidenza che dietro le “mani sapienti” in grado di creare materialmente i sogni venduti dalla maison ci sono donne e uomini in carne e ossa, con le loro vite da raccontare.


Alla domanda se questo tipo di marketing ha un senso per un’azienda del lusso, rispondo con il link a un recente articolo di Pambianco sugli investimenti da 71 milioni di euro fatti da Hermès per lo sviluppo della produzione e della catena di fornitura, con l’inaugurazione di tre nuovi siti produttivi in Francia.


Concludo consigliandovi un libro molto interessante sulla maison francese: Hermès, l’avventura del lusso di F. Rocca, edito da Lindau. Imprescindibile per conoscere le origini, la storia, codici e icone del protagonista di questo articolo.

Copertina del libro Hermès, l'avventura del lusso


Sara Radaelli



Le foto dell’evento sono state scattate dall’autrice dell’articolo.

Profumo di… letteratura!

“Una fragranza è emozione liquida.” M. Edwards

Un’emozione che vorremmo rivivere centinaia di volte, sempre uguale ma sempre diversa. Un po’ come le emozioni che ci regalano i libri. Perché allora non parlare questo mese del profumo in letteratura? Per non farci trovare impreparati al grande momento di infilare in valigia il libro giusto in vista delle vacanze estive – e, perché no, del seminario Tradurre il profumo in programma a Trieste il 20 maggio (vedi sotto)…

Timeline dei libri di narrativa sui profumi

Ecco una linea del tempo dei libri che citerò, per riassumere visivamente tutti i titoli e le copertine in ordine cronologico, dato che io invece non utilizzerò questo criterio per presentarveli.

Quando si tratta questo argomento, il primo libro che viene alla mente è Il profumo di P. Süskind (Longanesi, trad. di G. Agabio), un romanzo imprescindibile per chi voglia avvicinarsi alla letteratura “profumata”. Ancora considerato (e a ragione!) IL libro sul profumo, rimane insuperato nella sua capacità di descrivere odori, sentori, miasmi, oltre che le superbe atmosfere e una storia che non lascia indifferenti. Qui il profumo è protagonista indiscusso.

Copertina del libro
Il profumo di P. Süskind

Bellissime descrizioni ma catapultate nella Parigi contemporanea e multietnica si trovano anche ne L’odore del mondo di J. Radhika (Neri Pozza, trad. di C. Braga), in cui il profumo fragrante delle baguette si “scontra” con l’aroma delle spezie e dei cibi indiani sotto il naso ipersensibile di Leela, la protagonista. Il profumo come simbolo dei rapporti (a volte difficili) tra culture.

Copertina del libro
L'odore del mondo di J. Radhika

Volando in Giappone scopriamo Profumo di ghiaccio di Y. Ogawa (Il Saggiatore, trad. di P. Scrolavezza), un racconto enigmatico fatto di misteri che si intrecciano ai ricordi, in cui una giornalista vuole scoprire le ragioni del suicidio del compagno. La freddezza che traspare nel titolo si rispecchierà anche nella scrittura?

Copertina del libro
Profumo di ghiaccio di Y. Ogawa

La nostra vita può reggersi sul filo della composizione chimica della nostra fragranza preferita? Quella del signor Eme, a quanto pare, sì. Il suo equilibrio e la sua identità ne saranno letteralmente sconvolti. Volete sapere come? Leggete Muschio di P. Kemp (Voland, trad. di D. D’Onofrio).

Copertina del libro
Muschio di P. Kemp

Una saga epica, un eroe, una bottiglia, un liquido misterioso che forse racchiude in sé l’essenza segreta dell'universo e una lotta contro il tempo: gli ingredienti ci sono proprio tutti per partire alla scoperta di Profumo di Jitterbug di T. Robbins (Baldini Castoldi Dalai, trad. di F. Franconeri).

Copertina del libro
Profumo di Jitterbug di T. Robbins

Atmosfere diverse ma sempre suggestive ne Il libro dei profumi perduti di M.J. Rose (Fabbri Editori, trad. di R. Zuppet), dove un antico testo e il leggendario profumo delle anime gemelle, che fornirebbe la prova della reincarnazione, ci trasportano in un’avventura fatta di intrighi e passioni in viaggio nel tempo e nello spazio.

Copertina del libro
Il libro dei profumi perduti di M.J. Rose

Sempre a proposito di viaggio, un piccolo volumetto in cui l’amore per l’altrove incontra l’arte è Noa Noa: Profumo di P. Gauguin (a cura di C. Morice, Mattioli 1885, trad. di F. Brea), il diario di viaggio di Paul Gauguin, ovvero l’isola di Tahiti vista con gli occhi – e il naso – di un grande pittore. “Da loro [le donne, N.d.A.] emanava un profumo che fondeva animale e vegetale, il profumo del loro sangue e quello del fiore di gardenia – tiaré – che tutte portavano tra i capelli. «Teme merahi noa noa (ora siamo profumate)», dicevano.”

Copertina del libro
Noa Noa: Profumo di P. Gauguin

Ultima tappa: l’Italia! Sono ben 4 i libri tricolori che parlano di profumi. Quello più “antico” è Profumo di L. Capuana (Morganti Editori), comparso in volume nel 1892 ma già apparso a puntate (com’era usuale all’epoca) sulla rivista Nuova Antologia tra luglio e dicembre 1880. Qui è il siciliano profumo di zagara a intromettersi nei rapporti tra i protagonisti, trasportandoci inevitabilmente con la memoria alla scena del ballo (e al vestito di Claudia Cardinale) del Gattopardo.

Copertina del libro
Profumo di L. Capuana

Con un salto di poco più di un secolo ci ritroviamo in compagnia di Italo Calvino e del suo Sotto il sole giaguaro (Mondadori), tre racconti dedicati a olfatto, gusto e udito (in origine la raccolta ne prevedeva cinque, uno per ogni senso, ma l’opera è rimasta incompiuta). Quello che ci interessa è intitolato Il nome, il naso, e si articola a sua volta in tre storie accomunate dal concetto di odore come strumento per scoprire l’identità (in questo caso femminile).

Copertina del libro
Sotto il sole giaguaro di I. Calvino

Molto più recenti, invece, le ultime due proposte: Il sentiero dei profumi di C. Caboni (Garzanti) e All’inizio era il profumo di A. Nove (Skira). Il primo romanzo, frutto di una scrittura al femminile fatta di sensibilità ed emozioni, parla di una creatrice di profumi e della sua difficoltà a fare pace col passato, di insicurezze e coraggio, e dell’amore che, eterna panacea, tutto guarisce e tutto risana. Il secondo narra, invece, la personale scoperta degli odori da parte dell’autore, un romanzo di “formazione olfattiva” (come lo descrive lo stesso editore) da cui partire per poi allargare il campo d’azione al mondo intero, con rievocazioni storiche sulle fragranze e aneddoti vari.

Copertine dei libri
Il sentiero dei profumi di C. Caboni (a sx)
e All'inizio era il profumo di A. Nove (a dx)

Questo breve excursus tra i titoli della letteratura più o meno legati all’universo dei profumi esclude, naturalmente, i numerosissimi testi specialistici sull’argomento, che troverete, invece, nella ricca bibliografia presentata al seminario Tradurre il profumo. Le parole dell’invisibileSe il mondo delle fragranze vi interessa per lavoro o per passione, non lasciatevi sfuggire questo evento insolito. La prossima edizione si terrà sabato 20 maggio a Trieste (informazioni qui). Vi aspetto!





Sara Radaelli


La foto della libreria è tratta da qui.

Sulle orme di Manolo Blahník

“La metà delle mie creazioni sono dettate dalla fantasia, il 15% dalla pura follia, e il restante dai piedi per terra.”

“Le Manolo”. Tutti le conoscono così. Sono le calzature da sogno create da Manolo Blahník, stilista eclettico quanto rigoroso, stravagante e geniale, celebrato nella mostra Manolo Blahník. The Art of Shoes, allestita a Milano nel cuore del quadrilatero della moda. Una grande retrospettiva – la prima in Italia dedicata all’iconico couturier – che offre al pubblico l’opportunità di ammirare, fino al 17 aprile, 80 disegni e 212 calzature, nella splendida cornice di Palazzo Morando.

A sx, locandina della mostra 'Manolo Blahník. The Art of Shoes';
a dx, pannello all'ingresso della mostra

La mostra è l’occasione per parlare di uno stilista di culto (sì, quello citatissimo nella serie Sex and the City) che sa fondere nelle sue creazioni i riferimenti più disparati – dalla scultura greco-romana al barocco, dal cinema di Visconti alle infinite forme della natura, dalle suggestioni orientali ai diversi periodi storici, dalla letteratura alle donne incontrate nella sua vita – rielaborandoli in maniera assolutamente originale. Un artigiano spagnolo appassionato di belle arti e architettura che, anche senza una laurea in tasca, riesce a dare vita a scarpe simbolo di una nuova eleganza, sensuale ma non priva di un certo umorismo. Nel brevissimo video Manolo at Work (sotto) del 2014, diretto da Michael Roberts, è riassunto il suo modo di lavorare: matita alla mano, crea affiancato dai collaboratori – spesso italiani dato che le sue calzature sono da sempre prodotte nel nostro Paese –, incurante delle mode passeggere. Le sue sono opere d’arte, che rimarranno nella storia della moda.

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Schiere di scarpe, ognuna con il proprio nome e la sua storia, nei materiali più pregiati e raffinati (satin, taffetà, velluto, tweed, cashmere, ricami di pizzo, lana, lino, cotone, broccato, seta ottomana…), che hanno saputo conquistare le donne di tutto il mondo, tra cui l’imperatrice della moda Diana Vreeland che, dopo aver visto i suoi schizzi, consigliò a un giovane Manolo Blahník di “concentrarsi artisticamente sui piccoli e divertenti oggetti da mettere ai piedi” (come spiega lo stesso Blahník nel documentario a lei dedicato, citato in questo mio articolo).

Locandina del film 'Marie Antoinette' di S. Coppola

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In quest’altro video, tratto dal film Marie Antoinette di Sofia Coppola, è racchiuso l’universo del Settecento amato da Manolo Blahník e da lui reinterpretato su richiesta della costumista Milena Canonero, che gli ha affidato la creazione di 22 paia di scarpe appositamente per questa pellicola (raccolte nell’omonima collezione del 2006). Un turbinio di colori confetto, un’abbondanza di nastri, passamanerie e decorazioni frutto però di un approfondito studio e un’accurata ricerca storica. I bozzetti di Blahník… meravigliosi!

Tre modelli della collezione Marie Antoinette (2006)

A sx, disegno della scarpa Antoinetta (2005);
a dx, disegno della scarpa Marie-Antoinette (2005).
Entrambi inchiostro, acquerello e matita con campioni di tessuto attaccati

Dietro a tutti questi capolavori di arte applicata si cela un minuzioso lavoro artigianale, realizzato rigorosamente a mano e a volte con pezzi unici, che la mostra vuole portare alla luce presentando la scomposizione del modello Josefa nelle sue 67 parti per illustrare il processo di assemblaggio e il numero minimo di componenti per creare una scarpa.

Scomposizione del modello Josefa

Per ritrovare tutto il caleidoscopico mondo di Manolo Blahník, oltre a guardare la rassegna di foto qui sotto, esistono due libri di riferimento: Manolo Blahník, gesti fugaci e ossessioni, edito da Rizzoli e Manolo Blahník: The Art of Shoes. La ricerca della perfezione, il catalogo della mostra edito da Skira.

Scarpa Forga (2014)
Stivaletto vittoriano in camoscio con finiture in nappa
e bottoni rivestiti in nappa, ispirato a Madame Bovary.


Scarpa Sepulcrus (prototipo)
Décolleté d'orsay in camoscio con tacco
meteorite, ispirata a Pablo Picasso.

A sx, disegno della scarpa Armadillo; a dx, scarpa Armadillo (1999)
Sabot in nappa fucsia, viola e arancio su corpo in alluminio senza tacco.

A sx, disegni di alcune scarpe di Manolo Blahník ispirate alla natura;
a dx, scarpe Manolo 
Blahník ispirate alla natura.

A sx, disegno della scarpa Tortura; a dx, scarpa Tortura (2000)
Sabot in cavallino, con finiture in pelle e decorazione in autentico corallo siciliano.



Sara Radaelli

Sito della mostra




Foto scattate dall'autrice dell'articolo

Riviste… d’antan!

Domenica 19 giugno 1887. È questa la data che compare sulla prima pagina della rivista La mode illustrée, di cui mi sono state regalate alcune pagine qualche mese fa. La carta ingiallita e il fascino dei caratteri sapientemente arzigogolati che compongono il titolo hanno contribuito alla già irrefrenabile curiosità di sapere di cosa si trattasse esattamente.


Copertina della rivista La mode illustrée, 19 giugno 1887

Ed ecco qui la risposta. Si tratta di una delle “nonne” (lasciatemi passare il termine) delle attuali riviste di moda, ma non di una delle “bisnonne”, in quanto le progenitrici di Vogue nascono addirittura alla fine del Settecento. La mode illustrée era edita da Firmin Didot a partire dal 1860 e aveva come sottotitolo “Journal de la famille”. Era rivolta, infatti, alle madri di famiglia e alle giovani, volendo insegnare loro, attraverso incisioni e descrizioni rigorose, a confezionare in prima persona tutti gli oggetti utili alla cura personale e dell’ambiente domestico. Si rivolgeva, quindi, a un pubblico molto vasto (la rivista avrebbe raggiunto una tiratura di 52.000 copie) e le illustrazioni svolgevano una funzione esplicativa essenziale all’approccio educativo e didattico della rivista, rappresentando non solo i capi eleganti del guardaroba, ma anche quelli più intimi e modesti, nonché un’infinita serie di ricami per guarnizioni di ogni tipo.


Pagina della rivista La mode illustrée, 17 novembre 1878

Era una delle riviste di moda più popolari in Francia, la prima ad essere pubblicata settimanalmente (usciva ogni domenica) con l’intento di tenere al corrente le lettrici sulle ultime tendenze, stili e novità, proponendo però allo stesso tempo anche articoli più letterari relativi ad argomenti che potevano interessare il mondo femminile e la sfera materna, fondamentale per molte lettrici che dedicavano la propria vita alla casa e alla famiglia.

Pagine della rivista La mode illustrée, 5 gennaio 1879

Ben lungi dall’attuale bibbia della carta stampata del fashion, Vogue, in cui, oltre agli articoli di moda, leggiamo temi quali viaggi, cultura, arte, costume e, in generale, si scorge un’attenzione verso ogni forma di bellezza che possa interessare le attenti lettrici. Anche la storia delle riviste patinate può rappresentare, per certi versi, un riflesso degli importanti cambiamenti sociali che il ruolo della donna ha subito nel corso del tempo.

Copertina del primo numero di Vogue Italia, novembre 1965

E in Italia, dove e quando nasce il primo periodico di moda? Siamo a Milano, è il 1786 e fino al 1794 le lettrici del Bel Paese saranno allietate dal Giornale delle Nuove Mode di Francia e d’Inghilterra che, novità assoluta, allegherà anche figurini all’acquaforte acquerellati a mano, “contraffazione di originali francesi, per lo più attinti dal parigino Le Cabinet des Modes (1785-1793)”, come spiega Giuseppe Sergio nel capitolo Le parole della moda (in Arte, design e moda: il mondo parla italiano, edito da La Repubblica e Accademia della Crusca). Insomma, una rivista che, traducendo e prendendo spunto dal corrispettivo d’Oltralpe contribuisce all’“ampio contingente di lessico francesizzante” già presente nell’italiano della moda dell’epoca. Con funzione denotativa o “di prestigio” che il forestierismo rivestiva e, ahimè, riveste tuttora in questo settore, “la componente francese […] copriva circa un terzo del totale delle parole di moda”. Una storia che si ripete, sebbene in tempi più recenti l’italiano sia inflazionato dagli anglicismi.


Sara Radaelli