Ciak, si… sfila!


Il rapporto tra cinema e moda è sempre stato piuttosto tormentato. Se dapprima la settima arte guardava a quel mondo considerato effimero quasi con sdegno, nel corso dei decenni l’interesse è cresciuto e, oserei dire, maturato. O forse è la moda che negli ultimi anni ha rivolto uno sguardo interessato al cinema?
Vediamo di scoprirlo tratteggiando una breve storia (non esaustiva) delle pellicole dedicate all’universo del fashion.

Locandina del film Cenerentola a Parigi

Dopo un timidissimo approccio nel 1951 con il film La conquistatrice (di M. Gordon), la vera scintilla scocca nel 1957, quando Cenerentola a Parigi (di S. Donen) con Audrey Hepburn e Fred Astaire racconta l’avventura di Jo Stockton, una timida e intellettuale bibliotecaria che disprezza la vita mondana ritenendola solo un gioco di falsità ma, suo malgrado, viene scelta dalla rivista di moda Quality come nuovo volto per far sognare le donne americane. La giovane si lascia convincere a partire per Parigi dall’energica Direttrice della rivista, Maggie Prescott (tenete bene a mente questa figura), e la magica Ville Lumière farà il resto.

Scena tratta dal film Qui êtes-vous, Polly Maggoo?

Dopo questo primo passo nel mondo dorato del fashion, si tornerà a parlare di moda nel 1966, con la pellicola Qui êtes-vous, Polly Maggoo? (di W. Klein), la caustica storia di una famosa top model perseguitata dagli ammiratori, rimproverata da corteggiatori che l’accusano di non essere reale e inseguita da una troupe televisiva che vuole sezionare ogni istante della sua vita, ma che non si accorge che Polly è inseguita dai rapitori. "Chi sono io?” si chiede Polly, retoricamente, per rendersi conto un secondo più tardi che lei esiste solo nel momento in cui viene fotografata (“ogni fotografia che fanno mi rimane sempre meno di me stessa…”). Qui i toni cambiano, prende forma l’aspra critica che accompagnerà il sodalizio cinema-moda per molto tempo (anche in questo caso, tenete a mente il personaggio della editor). Sempre nel 1966, non si può non citare Blow-up diretto da M. Antonioni, in cui la moda gioca però un ruolo secondario.


Locandina del film Prêt-à-porter

Dopo un lungo silenzio, saranno due cineasti di fama internazionale a riprendere le fila del discorso: W. Wenders, nel 1989, con Appunti di viaggio su moda e città, che costruisce, in un elegante esercizio di regia audiovisiva, un corposo “film-saggio”, intervistando il noto stilista giapponese Yohji Yamamoto e intervenendo sui temi generali della comunicazione; e R. Altman, nel 1994, che affonderà il coltello nella piaga in Prêt-à-porter, in cui indaga sul mondo della moda con il suo ben conosciuto occhio critico rivelatore di luci e ombre. Il ritratto risulterà decisamente a tinte fosche e il film susciterà pareri assai negativi da parte del mondo che viene ritratto, che non accetta di essere descritto come una mera azienda commerciale.


Locandina del film Yves Saint Laurent 5
avenue Marceau 75116 Paris

Gli anni 2000 segnano finalmente una svolta: fanno la loro comparsa i cosiddetti “fashion doc”, i documentari sulla moda e, in particolare, sulle singole maison, che incoraggiano volentieri i registi ad occuparsi di loro. Il format si ripete quasi identico, vestendo i panni di una sorta di pubblicità occulta: il regista si immerge nella realtà della griffe per qualche tempo (a volte i mesi che precedono una sfilata) e filma il “dietro le quinte”, la preparazione di una collezione e della sfilata stessa. Inaugura questa nuova èra, Yves Saint Laurent 5 avenue Marceau 75116 Paris (di D. Teboul), del 2002, che segue Yves Saint Laurent e la sua squadra durante la creazione della collezione autunno-inverno 2001 (pensate che su YSL esistono altre tre pellicole, di cui parleremo più avanti). Il 2007 vede la nascita di Lagerfeld Confidential (di R. Marconi), altro documentario in cui il regista segue da vicino la vita privata e il lavoro di Karl Lagerfeld per raccontarne gli interessi e le passioni, facendolo parlare apertamente della sua vita e del suo privato; e di Marc Jacobs & Louis Vuitton (di L. Prigent), sull’esperienza dello stilista americano presso la maison Louis Vuitton e sui preparativi della sfilata per la collezione primavera-estate 2007.

Locandina del film Dior and I

L’anno seguente è la volta di Valentino - The Last Emperor (di M. Tyrnauer), sulla figura del grande couturier. Passa solo qualche anno e, nel 2011, saranno soddisfatti anche i fan di Tom Ford: in Visionaries: Tom Ford (di M. Bonfiglio), la telecamera lo riprende dal suo ritorno nel mondo della moda al prestigioso Womens Wear Show (in cui Ford ha presentato la sua nuova collezione femminile primavera-estate 2011), passando per il lancio del suo brand personale, fino alla realizzazione del suo primo progetto cinematografico. Segue a stretto giro di posta, nel 2013, The Director. Inside the house of Gucci (di C. Voros), documentario articolato in tre atti dedicato alla vita pubblica e privata di Frida Giannini, vulcanico direttore creativo di Gucci, visto come donna, leader e artista. La pellicola ripercorre i 18 mesi passati a esplorare cosa si cela dietro al glamour del brand. Dior and I (di F. Tcheng), del 2014, sembra chiudere la stagione del documentario portando gli spettatori dietro le quinte dell'alta moda e raccontando i retroscena della prima collezione haute couture realizzata da Raf Simons per la leggendaria maison Christian Dior nella primavera del 2012.

Locandina del film Coco Avant Chanel

Già dal 2009, l’interesse del cinema per la moda approda a un nuovo genere: la biografia. Con Coco Avant Chanel – L’amore prima del mito (di A. Fontaine), protagonista diventa infatti il fondatore della casa di moda (in questo caso, la leggendaria fondatrice), di cui si narra la vita prima di diventare una stilista di fama mondiale. Nel 2011 ritroviamo ancora YSL con Yves Saint Laurent – L’Amour Fou (di P. Thoretton), in cui il regista-fotografo fa rivivere l'arte del maestro della haute couture in un viaggio dai toni lunari e umbratili che si intreccia a una riflessione sulla fama, il lusso, la solitudine. Il grande schermo sembra amare questa figura a tal punto da dedicarle altre due biografie: Yves Saint Laurent (di J. Lespert) e Saint Laurent (di B. Bonello), biopic che si concentra sulla vita del famoso stilista nel periodo 1965-1976.

Locandina del film The September Issue

Ma la moda non è fatta solo di stilisti, e il cinema sembra saperlo molto bene: dedica, infatti, pellicole a riviste di settore (nello specifico, il celebre The September Issue, di R.J. Cutler, docu-film sulla figura di Anne Wintour e sulla vita di redazione nella sede di Vogue US durante il periodo di lavoro più intenso, quello del making-of del numero di settembre 2007), luoghi storici dello shopping (Fashion sulla 5th Avenue, di M. Miele, omaggio tributato al mitico emporio Bergdorf Goodman di Manhattan, punto di riferimento sulla Fifth Avenue e celebre per aver lanciato la carriera di molti noti stilisti) e personaggi cult che hanno scritto la storia della moda e del costume.

Locandina del film Diana Vreeland, l’imperatrice della moda

Come non citare a questo proposito Diana Vreeland, l’imperatrice della moda? Lisa Immordino Vreeland dedica a Diana Vreeland, iconica figura nel mondo del fashion, un goduriosissimo documentario (accompagnato, nello stesso cofanetto, dal libro Diana Vreeland – Le avventure di un occhio inquieto, di L. Scarlini) che ritrae colei che ha inventato la figura dell’editor moda, rivoluzionando l’editoria di settore, tanto da ispirare le figure delle temibili direttrici nei due film citati all’inizio dell’articolo. Prima di lei, le riviste femminili si interessavano di argomenti casalinghi o coniugali, al massimo proponevano un po’ di gossip altolocato: con la Vreeland, Harper’s Bazaar prima e Vogue poi hanno trasmesso un’idea della moda e della fotografia come forma d’arte, anticipando i cambiamenti sociali che passano immancabilmente anche per il costume. Non stupisce che la sua sfolgorante carriera si sia conclusa al Metropolitan Museum of Art di New York.

Copertina del libro Il diavolo veste Prada e locandina dell'omonimo film 

Uno sguardo divertente sulla moda lo regala il notissimo Il diavolo veste Prada (di D. Frankel) tratto dall'omonimo bestseller di Lauren Weisberger. Dopo aver tralasciato volontariamente tutti i film-spazzatura sull’argomento che dalla fine degli anni 2000 hanno invaso grandi e piccoli schermi, volevo chiudere citando una pellicola italiana che forse non tutti conoscono ma da non perdere: L’abito di domani. Storia della moda nel tempo (di G. Gagliardo), un percorso visivo che, dalle scarpe alle calze, dallo smoking al tailleur, dai jeans agli stracci di lusso, racconta per immagini le mode che cambiano, il costume che muta, la storia che rivoluziona i nostri modi di vivere, pensare, vestire.

Insomma, direi che ce n’è davvero per tutti i gusti. Non mi resta che augurarvi buona visione!



Sara Radaelli

Suggestioni Art Nouveau

Esperienze pre-raffaellite, grafica giapponese, Aubrey Beardsley, William Morris… come in un caleidoscopio di rimandi tutto qui trova il suo spazio.
 
Sto parlando della mostra Alfons Mucha e le atmosfere Art Nouveau, in calendario fino al 18 settembre a Palazzo Ducale, a Genova (una location peraltro splendida). Varcarne la soglia significa entrare letteralmente in un’altra epoca. Quella che, a cavallo tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, pervase tutta l’Europa di uno stile nuovo (nouveau, appunto), invadendo ogni campo dell’attività umana. Assumendo caratteristiche proprie in ogni paese (che l’ha ribattezzato, infatti, con nomi diversi: dallo stile Liberty o floreale italiano, allo Jugendstil tedesco, dal Modernismo spagnolo al Sezessionstil austriaco, dal Modern Style inglese allo Style sapin svizzero…), quest’ondata di novità ha unito l’Europa proponendo un gusto elegante, prezioso e sensuale.

Locandina della mostra 'Alfons Mucha e le atmosfere Art Nouveau'
 
Attratta dall’amore viscerale per quest’epoca, mi sono lasciata affascinare da un percorso ben studiato che ricostruisce questo periodo complesso, riconducendolo a una delle figure più significative di questo stile, Alfons Mucha (1860-1939). In mostra, oltre 120 opere tra affiche e pannelli decorativi dell’artista, unite a manufatti, arredi, sculture e disegni di altri artisti europei, per ricreare quella sensibilità unica nel suo genere. Nove sezioni tematiche evocano atmosfere e suggestioni per stupire e coinvolgere: ripercorriamo le più interessanti.

Manifesti teatrali disegnati da A. Mucha per Sara Bernhardt
 
La prima sezione, tra le più belle, è dedicata al teatro e a Sarah Bernhardt, una delle più celebri attrici teatrali della storia, la personificazione della diva, una vera icona del suo tempo, a cui Mucha dedicò poster e manifesti teatrali. In lei, l’artista ha potuto incarnare l’idea della figura femminile, a volte idealizzata in una creatura angelica, a volte femme fatale.

La sezione dedicata al giapponismo mostra l’influenza esercitata dall’arte esotica e orientale su quella europea. L’uso di linee marcate, il ricorso a sgargianti accostamenti cromatici, l’appiattimento bidimensionale e il rapporto tra pieni e vuoti: è questa l’eredità che l’Occidente ha saputo rielaborare.


Alfons Mucha, pendente sicomoro, 1905 (non presente alla mostra)
  
Anche la gioielleria fin de siècle ha subito un profondo mutamento del gusto a seguito del fenomeno dell’Art Nouveau, che ha portato con sé una nuova concezione delle arti applicate (oltre che figurative): libere linee fluenti, in netto contrasto con la rigidità precedente, tematiche accentuatamente naturalistiche, accostamenti cromatici nuovi. Lo stesso Mucha progettò diversi gioielli, che fece realizzare da abili orefici, ideando accessori dalle forme inedite che si ritrovano anche all’interno dei suoi manifesti.
 
Manifesto pubblicitario per i biscotti Lefèvre-Utile

E poi ancora il mondo animale, l’immaginario floreale, la vita quotidiana, il tempo, i materiali preziosi. Tutti temi toccati nelle varie sezioni della mostra e accomunati dalla ricchezza e dalla ricercatezza dell’Art Nouveau, corrente sfaccettata e quasi inafferrabile pur avendo permeato ogni piega della società. La leggera opulenza e la dovizia di particolari si ritrovano nelle immagini delle scatole dei biscotti (i primi timidi approcci pubblicitari hanno offerto grande spazio a questo stile) come negli abiti della moda dell’epoca. Sì, perché la moda, specchio dei tempi, non poteva rimanere indifferente a questa rivoluzione.

Mostra 'Alfons Mucha e le atmosfere Art Nouveau'
Cappella dogale, selezione di abiti d'epoca
 
La mostra le consacra l’ultima sala, la più suggestiva, la Cappella dogale, allestita con una selezione di abiti d'epoca di sartorie italiane e francesi. Qui la ricerca dell’eleganza e della raffinatezza sono palpabili, attraverso linee a S, tessuti pregiati, applicazioni, ricami ispirati al mondo vegetale. La rivoluzione Art Nouveau nella moda prende piede facendo dapprima ridurre progressivamente l’uso della crinolina e dei drappeggi, modificando poi le forme dei corsetti e delle imbottiture che modellano artificialmente il corpo femminile. L’andamento serpentino (ottenuto attraverso bustini allungati che stringevano anche la parte superiore dei fianchi, spingendo il petto in alto e accentuando l’inarcamento del fondoschiena) è messo in risalto dalle gonne lunghe fino ai piedi, aderenti sui fianchi e più larghe verso il fondo, creando linee svasate e a campana, accompagnate talvolta da un corto strascico. Seta, pizzo, tulle la fanno da padroni, grazie alla loro fluidità, impreziositi da bottoni, frange, perline, nastri, ricami, che spesso disegnano motivi tratti dal mondo floreale o animale.

Questa mostra rappresenta un viaggio iniziatico per chi ancora non conosce a fondo i segreti dell’Art Nouveau, un piacevole tuffo nel passato ancora più all’avanguardia del presente, un momento da dedicarsi nella penombra delle sale, accompagnati dalle opere del grande artista ceco.

 

Sara Radaelli

 
Sito della mostra 'Alfons Mucha e le atmosfere Art Nouveau'

L’eccellenza corre sul filo

Prendendo spunto dalle Journées Particulières LVMH tenutesi dal 20 al 22 maggio scorso, nell’articolo di maggio (qui) vi avevo brevemente raccontato la mia esperienza del 2013 presso le manifatture Fendi e Bulgari. Questo mese volevo proporvi un resoconto della mia visita alla filatura della maison Loro Piana, nella cornice delle Journées Particulières 2016.



Ingresso della Manifattura Loro Piana di Roccapietra (VC)


Loro Piana è sinonimo di tessuti di pregio. Uno dei fiori all’occhiello della filiera tessile-abbigliamento italiana (sebbene dal 2013 nelle mani del colosso francese LVMH). La prima azienda artigianale al mondo nella lavorazione del cashmere e delle lane più rare. Insomma, un’etichetta d’eccellenza. Oggi Loro Piana è leader mondiale del cashmere e propone le materie prime più nobili e preziose del pianeta (produce circa quattro milioni e mezzo di metri di tessuto l’anno), creando, dagli anni Ottanta, anche linee di ready-to-wear e accessori, che distribuisce in 160 negozi monomarca in tutto il mondo.

La manifattura, fondata nel 1924 da Pietro Loro Piana, è ormai celebre a livello internazionale per la produzione di cashmere, baby cashmere e vicuña. Dispone di 7 stabilimenti produttivi in Italia e detiene il controllo diretto di allevamenti di animali, come nella Reserva Dr. Franco Loro Piana, una riserva naturale aperta in Perù per l’allevamento delle vicuñe. Tra gli stabilimenti più importanti vi è la filatura di Roccapietra, in provincia di Vercelli, nel cuore della Valsesia, uno dei distretti più importanti del comparto tessile italiano.
 
La filatura Loro Piana di Roccapietra (VC)

Ed è proprio lo stabilimento di filatura cardata di Roccapietra che ha aperto le porte ai visitatori, per una visita di questa filatura all’avanguardia, dove il processo produttivo è verticalizzato e si ha il controllo totale su ogni fase della lavorazione. Lo stabilimento, che risale al 1995, è un impianto lineare su 1 piano costruito in un avvallamento per essere nascosto alla vista, in modo da garantire maggiore riservatezza ai dipendenti senza avere un impatto troppo forte sull’ambiente.

Si distingue per il bel pavimento ligneo (legno d’iroko giallo-bruno), fonoassorbente, che aiuta a mantenere costante la temperatura; per la forte automazione (sono presenti solo 77 dipendenti) e per l’impianto di condizionamento: qui si lavorano fibre vive, che devono essere mantenute idratate ed elastiche, quindi la temperatura dev’essere sempre di 24°C, con il 60-70% di umidità. In questa sede abbiamo avuto l’opportunità di seguire il prodotto dal magazzino delle materie prime (MP) al filo, dal tessuto al prodotto finito. Ecco le tappe principali del percorso:


1.  MAGAZZINO MATERIE PRIME


Le MP arrivano qui nelle balle originali e vengono stoccate indipendentemente dalla fibra (cashmere, baby cashmere, vicuña o lana merino), tenendo sempre separate le partite tinte dalle partite naturali. L’esperienza “al tocco” delle più rare fibre naturali si è rivelata davvero straordinaria, al pari della morbidezza delle fibre di cashmere e delle altre lane.

 
Il cashmere si ricava dalla capra hircus, che viene pettinata e non tosata (come la vicuña), in particolare dal suo sottovello – uno strato di lanugine (detto duvet) subito a ridosso della pelle, che intrappola l’aria per mantenere costante la temperatura dell’animale. Il cashmere Loro Piana proviene da Cina e Mongolia. Ne esistono diverse varietà, distinte per colore: white (il più pregiato, di origine cinese, utilizzato anche per ottenere i colori pastello), grey e brown. A seconda del colore del prodotto finale desiderato, verrà scelta una di queste varietà e, se necessario, tinta.

 
Il baby cashmere, più sottile, risulta ancora più morbido (ha un micronaggio più fine del cashmere, perché si ricava dai cuccioli della capra hircus).

Balla di baby cashmere
 
La vicuña, definita “fibra degli dèi” dai conquistadores spagnoli, ha un micronaggio di ca. 12 micron, che le è valso il titolo di fibra più fine al mondo. La disponibilità è molto limitata: dalla tosa di ciascun esemplare si ottengono circa 150 grammi di fibra ogni due anni, poco più di un soffice batuffolo, tanto che occorre il vello di 6 animali per realizzare una maglia (e addirittura 35 per un cappotto). La vicuña Loro Piana proviene dall’Argentina (color crème) e dal Perù (più scura, color whisky): la differenza di colore è data da esigenze di mimetismo dell’animale, che si adatta ai colori più chiari o più scuri del paesaggio.

La lana merino proviene dalle pecore di razza merinos (pettinate, come nel caso del cashmere, e non tosate). In magazzino arriva la lana sucida, ovvero ancora non lavata. Durante il lavaggio si estrae la lanolina, utilizzata nel settore della cosmesi. Una curiosità: in Nuova Zelanda è stato creato da un’allevatrice un gregge composto unicamente da pecore nere, la cui lana è acquistata in esclusiva da Loro Piana. Questa lana non viene mai tinta, per valorizzare le sfumature naturali che vanno dal marrone intenso al beige.


Balle di baby cashmere conservate nel magazzino delle materie prime
 
  
2.       MISTATURA
 
Come suggerisce il nome stesso, la macchina apriballe apre le balle e, nel caso dei colori mélange, mischia i diversi colori. La MP passa poi nella camera di mistatura, per essere trasformata in fiocchi.
 
3.       CARDATURA
 
La MP, ormai in fiocchi, passa in rulli con denti metallici (come quelli di una cardatrice del 1924 in mostra all’inizio del percorso di visita), che la spazzolano creando un filo sottilissimo in veli. Questi veli vengono piegati e pettinati varie volte, poi sovrapposti per creare un materasso di fibre. Da qui si ottiene lo stoppino, ovvero il filo senza resistenza meccanica. Per non farlo spezzare, bisogna ritorcerlo.

Fine del processo di cardatura
 

4.       FILATURA
 
Gli stoppini arrivano nella filatrice, che allunga e ritorce la fibra (che diventerà finalmente filo). Se il filo si rompe, le operatrici specializzate provvederanno ad annodarlo manualmente. Si tratta di un’operazione apparentemente facile alla quale abbiamo assistito, ma che richiede in realtà notevole manualità e rapidità.

 
Filatrice

5.       ROCCATURA
 
Il filo viene trasferito su dei coni di plastica. Se erano presenti dei nodi (fatti dalle operatrici), una macchina munita di lettore ottico li individua e li sistema automaticamente, senza l’intervento dell’operatore: il filo risulta, così, perfetto e privo di nodi. Si ottiene a questo punto la rocca finale con il filo detto “secco”, in quanto dovrà subire il finissaggio per ritrovare la morbidezza della MP.
 
 
6.       ANALISI DELLA MP NEL LABORATORIO DEL CONTROLLO QUALITÀ
 
Dopo aver abbandonato la zona di produzione, entriamo nel laboratorio dedicato al controllo qualità, dove la MP viene analizzata al microscopio a scansione ottica (che la ingrandisce di 34.000 volte) e subisce il controllo a occhio nudo dei peli neri sulle lane chiare (o, viceversa, dei peli bianchi sulle lane scure) e quello, anch’esso a occhio nudo, delle giarre (i peli esterni del vello degli animali, più rigidi). In entrambi i controlli, se vengono trovati peli estranei, questi vengono eliminati rigorosamente a mano. Naturalmente, non si tratta degli unici controlli ai quali i prodotti Loro Piana vengono sottoposti: ne sono previsti sul filato ma anche sul tessuto (prima del finissaggio) e sul capo finito.
 
 
La visita ci ha rivelato un processo lungo e impegnativo che ha catturato tutta la nostra attenzione e che dimostra, ancora una volta, che il Made in Italy si nutre di realtà produttive ben radicate sul territorio e nel tessuto economico italiano, di persone capaci che sanno osare per distinguersi e proporre il meglio. E allora, che il sogno continui…

 
Sara Radaelli

 
 
Non essendo possibile scattare foto o realizzare video durante la visita allo stabilimento, le fotografie sono tratte dal sito Loro Piana (www.loropiana.com).


Una giornata… particulière!

Prima edizione 2011, seconda edizione 2013, terza edizione 2016.
Sono le Journées Particulières LVMH, autentici open day che il colosso francese del lusso ha inaugurato cinque anni or sono aprendo le porte delle sue maison a oltre 100.000 visitatori in ogni edizione. Un evento unico nel suo genere, grazie al quale il pubblico è invitato a visitare boutique storiche e siti produttivi in Francia e in altri Paesi europei (tra cui anche l’Italia).
 
Locandina delle Journées Particulières LVMH 2016
 
Un’occasione imperdibile, che ho avuto modo di cogliere nel giugno 2013, quando ho partecipato alla seconda edizione, dal tema “Dietro le quinte del sogno” (il fil rouge della prima edizione era “Alla scoperta dell’eccellenza artigiana”). Volendo rimanere in Italia, ho scelto di visitare la manifattura di pelletteria Fendi e la manifattura degli accessori Bulgari, entrambe nei pressi di Firenze.
 
La visita alla manifattura Fendi dava l’opportunità di entrare nello storico laboratorio dove, nel 1925, Adele ed Edoardo ebbero l’intuizione di applicare al cuoio romano l’arte manuale dei maestri sellai locali, sino ad allora riservata agli accessori d’equitazione. In questa sede sono ancora tagliate, cucite e interamente assemblate a mano, come alle origini della maison, le iconiche borse del brand, nonché gli accessori della linea di pelletteria. Attualmente, i 180 dipendenti sono impegnati in ogni fase dallo sviluppo del prodotto fino al packaging.
 
Visita presso la manifattura Bulgari
 
Bulgari Accessori è nata, invece, in tempi più recenti, nel 2005, sulle colline attorno a Firenze, dove ha interamente riallestito un sito industriale dell’inizio del XX secolo che ospita un centinaio di dipendenti. Qui, dove la maison progetta e realizza le collezioni, ho potuto ammirare le creazioni presso lo showroom, ma anche visitare i laboratori e scoprire i processi di produzione degli accessori, seguendo, in particolare, la creazione dell’intramontabile borsa Rossellini, bag ispirata all’attrice italiana che lei stessa ha contribuito attivamente a creare.
 
Abbiamo seguito il prodotto dalla nascita e lungo tutto il ciclo di sviluppo, partendo dal processo creativo, ovvero la ricerca di colori e forme, in cui è protagonista l’ufficio stile, che propone il concept alla modelleria. Collaborando a stretto contatto, le due divisioni passano dallo schizzo su carta al cartamodello, che arriverà poi in prototipia per dare vita prima alla salpa (il primo oggetto 3D, che trae il nome dall’omonimo materiale rigenerato di cuoio in cui è realizzato) e poi alla cosiddetta “testa di serie”, il primo prototipo in pelle. La scelta del materiale e la selezione dei pellami sono processi lunghi, che possono durare anche dei mesi: tra tutte le pelli esaminate, solo il 2% verrà accettato.
 
Un processo molto interessante di finitura delle pelli di alligatore che contraddistingue la maison Bulgari è l’agatatura, utilizzata per conferire particolare brillantezza, simile a quella delle pietre. Un rullo in agata viene fatto passare fino a 60 volte sulla pelle per lucidarla, naturalmente senza danneggiarla.
 
Nella realizzazione delle bag Bulgari, la vocazione gioielliera del marchio traspare in particolare nelle chiusure: con girello, in smalto e pietre dure, per la Rossellini; a forma di testa di serpente per la linea Serpenti. Quest’ultima, in particolare, viene creata con un processo preso a prestito dall’oreficeria, la fusione a cera persa.
 
Chiusure in pietre dure per la borsa Rossellini
 
Stampo per la fusione a cera persa di teste di serpente (chiusure delle borse Serpenti)
 
Quest’anno, le Journées Particulières LVMH si svolgeranno nel fine settimana dal 20 al 22 maggio e apriranno le porte ai visitatori 53 siti d’eccezione dislocati in varie regioni della Francia, in Italia, Polonia, Regno Unito, Spagna e Svizzera.
Questa volta, farò rotta verso la manifattura Loro Piana in Piemonte, il più grande stabilimento dell’Occidente per la lavorazione di cashmere, baby cashmere e vicuña, alla scoperta della filatura cardata e del laboratorio di questo marchio storico italiano. E voi? Vi lascerete affascinare dalla maison Dior o dall’universo profumato di Guerlain? Dal Grand Bureau di Degustazione Hennessy o dagli orologi Hublot? Qualsiasi sia la vostra meta, buon sogno a tutti!
 
 
Sara Radaelli
 
 

 

 
 

Foto scattate dall’autrice dell’articolo

Un baule carico carico di… parole!

Le parole sono come grimaldelli. Spalancano, spesso furtivamente, il nostro mondo interiore rivelandolo a noi stessi e agli altri. Come ladri, entrano mascherate nel mondo interiore di chi ci ascolta (o ci legge) forzandone il baule emotivo. Quando comunichiamo lanciamo piccole bombe a mano che non sappiamo, a priori, cosa scateneranno e quali dirompenti emozioni innescheranno.
Se avete voglia di intraprendere un viaggio nelle parole, un viaggio insolito e ricco di piacevoli sorprese, vi consiglio due libri un po’ fuori dall’ordinario.
 

Copertina del libro La malle à ma tante, di S. Salzmann
 
Il primo si intitola La malle à ma tante (Edilivre), e potrà allietare i pomeriggi e le serate solo degli amici francofoni, dato che è scritto in francese e non (ancora?) tradotto. E ora scoprirete perché. L’autrice (e traduttrice), Sylvie Salzmann, vive da anni in Italia ma ha voluto regalarci le sue piccole grandi invenzioni deliranti (il sottotitolo del libro è proprio Petites grandes inventions délirantes) nella lingua che meglio esprime la babele di emozioni e di idee senza capo né coda che le parole suscitano nel suo intimo.

Ebbene sì, questo volume non ha una trama né un filo logico, non racconta una storia e, vi assicuro, potrebbe essere stato scritto da una Alice nel Paese delle meraviglie un po’ cresciuta. Vuole essere un piccolo dizionario (ogni capitolo è dedicato a una lettera, rigorosamente in ordine alfabetico) che raccoglie parole vere o inventate, e tutto l’universo che racchiudono. Un universo a volte poetico, a volte divertente e forse un po’ bislacco, che un suono può evocare con la forza trascinante che solo la nostra fantasia può suggerire.

Quindi salite sul meraviglioso tappeto volante che Sylvie ha tessuto per noi e perdetevi in espressioni intraducibili come cachoreur, un dispositivo “indispensabile al buon umore”, come spiega l’autrice, che tutti vorremmo avere a portata di mano per “cancellare automaticamente tutto ciò che risulta sgradevole alla vista”; o arbraculottes, l’indimenticabile albero che, forse nella sua infanzia, era bersaglio della contestazione infantile contro l’imposizione della scuola materna e nascondeva fino all’inverno la biancheria intima scagliata dai piccoli rivoltosi e coperta per mesi dalla rigogliosa chioma. Al grido di “Les feuilles sont mortes. Vive les sans-culottes!!”, i piccoli rivoluzionari verranno traditi con la bella stagione dalla caduta delle foglie. E poi ancora bagada, brasmallow, dé odorant, vououtu… piccoli capolavori linguistici che nascono da un ricordo, un’immagine, un luogo o una persona, e che entreranno nelle nostre anime per piantare minuscole radici che non ci faranno più dimenticare questa scrittrice dall’innato rispetto e ammirazione per le parole.
 

Copertina del libro Lost in translation, di E. F. Sanders

La stessa stupita ammirazione provata da Ella Frances Sanders nel suo Lost in translation (Marcos y Marcos), un piccolo volume da comodino questa volta tradotto in italiano che ci invita a gustare una selezione di parole intraducibili nelle varie lingue. Un libro tradotto sulle parole intraducibili: una sorta di nonsenso che acquista tutto il suo senso non appena iniziamo a sfogliarne le pagine. Per riprendere la frase iniziale, anche la Sanders ritiene che le parole siano grimaldelli, ma per lei lo sono le parole intraducibili, che “svelano di un popolo certi vizi e certe virtù”.

Ed ecco quindi che il sostantivo gallese hiraeth è profondamente diverso dal portoghese saudade, pur indicando entrambi una sorta di nostalgia; ecco che l’arabo ritiene così insostituibile il tempo trascorso la sera e scivolato poi nella notte, davanti al fuoco, a raccontare e ascoltare storie, da aver coniato il termine samar, mentre per il malese è fondamentale il pisan zapra, il tempo necessario per mangiare una banana. E cosa c’è di più giapponese del wabi-sabi, la bellezza dell’imperfezione, dell’eterno fluire delle cose? E più universale di quella sensazione dolceamara che prende quando ci si disinnamora, e che i russi rendono con il verbo razljubit’? L’universalità nella particolarità: un concetto che l’autrice cerca di trasmettere anche con le sue simpatiche illustrazioni. Peccato che non siano presenti parole italiane. Voi quali avreste inserito?

Istruzioni per l’uso: non leggeteli tutti d’un fiato, ma assaporateli giorno dopo giorno, lemma dopo lemma, per gustare fino in fondo il piacere delle lingue.


Sara Radaelli

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