Uno zoo nel mio beauty

Negli ultimi anni, la ricerca della bellezza è diventata un’autentica ossessione. Canoni estetici sempre più stringenti impongono modelli sempre più lontani dalla realtà. E così, schiere di donne dichiarano guerra agli inestetismi al grido di “Lotta dura senza paura!”, in nome di una non ben identificata (ma molto agognata) perfezione. La paura del difetto è sempre in agguato, e cosa c’è di meglio se non trovargli un altro nome, magari più poetico, per esorcizzare quell’immagine di sé così imperfetta da risultare fin troppo… umana? E allora, beauty alla mano, partiamo per un breve viaggio alla scoperta di eufemismi e divertenti nomignoli con i quali sono stati ribattezzati gli inestetismi più comuni.



Cominciamo con un classico: la ciccia sui fianchi. Odiata da uomini e donne in pari misura, è definita in maniera alquanto romantica “maniglie dell’amore”, per una visione puramente erotica oppure semplicemente perché quando ci si innamora si è più rilassati e propensi a lasciarsi andare anche a tavola. Per declinare questa sovrabbondanza esclusivamente al femminile, di recente è stata coniata l’espressione “ali di farfalla”: che leggiadria!


Una vera e propria nomenclatura alternativa è stata, invece, creata per rinominare i difetti del viso. Note sono le definizioni di stampo faunistico “zampe di gallina” (per indicare le piccole rughe perioculari che si formano a ventaglio all'angolo degli occhi) e “ruga del leone” (la ruga d’espressione più famosa, che si trova sulla fronte, tra le sopracciglia). Forse meno noto ma altrettanto efficace è il termine “occhi da panda”, in riferimento sia a quei cerchi scuri che si formano per via delle occhiaie, sia al trucco che cola. Per altre rughe si è ricorsi ai suggestivi “rughe della marionetta” (le borsette latero-mentoniere) e “rughe a codice a barre” (i solchi verticali localizzati intorno alle labbra).

Marionetta di Hayden Williams

Naturalmente, i riferimenti a Venere, dea della bellezza, si sprecano. Per nobilitare difetti (come nel caso dello strabismo) ma anche per sottolineare vezzose particolarità: una su tutte le “fossette di Venere”, che nulla hanno a che vedere con i graziosi buchini sulle guance, ma che indicano i due incavi simmetrici posti nella parte inferiore della schiena, a incorniciare il lato B. E dato che la bellezza è legata a doppio filo al concetto di amore, ecco che non poteva mancare neanche Cupido, l’Eros latino, che si appropria delle labbra, la parte anatomica deputata al bacio, definendo “arco di Cupido” l’incavo tra il labbro superiore e la parte inferiore del naso.

La Venere moderna secondo Vincent Fileccia

Tra riferimenti bucolici, mitologici e quant’altro, lasciatemi concludere con una frase della grande (e bellissima) Anna Magnani, che ammoniva i suoi truccatori (ebbene sì, all’epoca si chiamavano ancora truccatori, l’epoca dei make-up artist era ancora lontana) dicendo “Non toglietemi neppure una ruga. Le ho pagate tutte care”.

Anna Magnani e le sue bellissime rughe


Sara Radaelli



L’immagine della marionetta è dell’illustratore e stilista di moda inglese Hayden Williams


L’immagine della Venere moderna è del graphic designer Vincent Fileccia

Istanti preziosi

A febbraio dello scorso anno, ho dedicato uno dei primi articoli della Moodboard a un’artista orafa e alla sua passione per l’ambra (qui). Visto il successo dell’articolo, a tutt’oggi il più letto, per questo primo mese del 2017 ho voluto riprendere il tema della gioielleria proponendo un articolo sulla storia del gioiello italiano, magnificamente raccontata in una mostra dal titolo Il gioiello italiano del XX secolo (in corso al Museo Poldi Pezzoli di Milano fino al 20 marzo).

Ingresso alla mostra Il gioiello italiano del XX secolo

Attraverso l’esposizione di 150 bellissime opere (tra tiare e diademi, collane ombelicali, anelli, bracciali, spille e orecchini) disposte in sezioni cronologiche, la curatrice della mostra e storica del gioiello Melissa Gabardi ripercorre le tappe fondamentali dell’evoluzione gioielliera in Italia, dagli inizi del Novecento fino agli anni Ottanta-Novanta, ponendo in risalto le eccellenze tecniche del nostro Paese e inserendole in un contesto artistico-culturale più ampio (moda, design, architettura). Se, a inizio secolo, la gioielleria italiana era ancora molto legata alla coeva produzione francese, con l’andare del tempo la creatività e la genialità di alcuni grandi gioiellieri l’hanno resa autonoma al punto da farla diventare un riferimento nella produzione orafa internazionale e dando vita a uno stile tutto italiano, il cosiddetto “made in Italy”.

Tiara, Mario Buccellati, 1929

Parlando di gioielleria italiana, i nomi che vengono subito alla mente sono Buccellati (il “Principe degli orafi”, nella suggestiva definizione di Gabriele D’Annunzio) e Bulgari. A questi grandi gioiellieri viene dato ampio spazio, naturalmente, accanto però a nomi meno conosciuti al grande pubblico ma altrettanto importanti come Musy, Cusi, Ravasco, la Scuola di Padova, ecc., che hanno intrapreso un percorso partito dalla rielaborazione delle origini per poi spiccare il volo nella più pura sperimentazione. Ma andiamo con ordine…

Diademi, Musy, Torino

Nei primi anni del Novecento e fino alla metà del secolo scorso, sulla scia dell’entusiasmo e del gusto per l’Antichità generati dagli scavi di Pompei ed Ercolano, i gioiellieri italiani trovano ispirazione nel passato (Classicismo, Rinascimento, Barocco, Rocaille, ma anche elementi decorativi della cultura greco-romana ed etrusca) e nell’antichissima tradizione orafa italiana (intagli, cammei, particolari lavorazioni dell’oro), facendo a gara per aggiudicarsi le importanti commissioni dei Savoia e dell’aristocrazia, e per diventare fornitori della Real Casa.

Collana a résille, Firenze, 1905

L’Esposizione internazionale d'arte decorativa moderna di Torino del 1902 e l’Esposizione Internazionale svoltasi a Milano nel 1906 segnarono un punto fermo per lo sviluppo della gioielleria Liberty e del suo credo estetico, fatto di linee agili e flessuose, e di temi naturalistici (vedi articolo Suggestioni Art Nouveau, qui). La magica e ricca atmosfera d'inizio secolo, con i suoi fastosi abiti da sera, dà un grande impulso all’alta gioielleria con lo stile ghirlanda, lanciato a Parigi da Cartier ma approdato anche in Italia, stile che predilige l’uso di platino e diamanti, motivi decorativi quali fiori, nastri e fiocchi su diademi, collier de chien (collari gemmati) e colletti à résille (a rete gemmata). Le molteplici occasioni mondane danno modo alle signore di sfoggiare parure e monili sfolgoranti, che richiamano l’impalpabilità dei tessuti e dei pizzi allora in voga, al pari delle perle, indossate a lunghi fili.

Bracciale, Alfredo Ravasco, 1925

Dopo la fine della Prima guerra mondiale si impone invece uno stile più sobrio, fatto di linee rette (anche grazie ai nuovi tagli delle pietre), simmetrie e motivi geometrici: è l’Art Déco. Il binomio moda-gioielleria si conferma vincente: le braccia scoperte lasciano spazio ai bracciali e agli orologi da polso al femminile (simbolo di emancipazione e modernità), e il taglio di capelli “alla maschietta” decreta il successo del bandeau (piccola coroncina portata sulla fronte) e degli orecchini.

In alto, collana scomponibile in tre bracciali,
Cusi, anni '30

La crisi del 1929 colpisce anche l’economia italiana, ma è soprattutto l’autarchia proclamata dal regime fascista negli anni ’30 ad imporre un periodo di maggiore austerità, che sfocerà nel famoso Oro alla patria del 1935. La produzione, tuttavia, non si ferma e ci si ispira ai francesi bijoux blancs per creare modelli severi in platino e oro bianco tempestati di pavé simmetrici di diamanti. Spopolano i gioielli trasformabili, utilizzabili in diverse occasioni, come i bracciali che si uniscono a formare collane di varie lunghezze.

Lo scoppio della Seconda guerra mondiale porta con sé l’inevitabile crisi della produzione orafa: ditte e laboratori vengono chiusi o distrutti. Nel 1941, in Italia sarà addirittura proibita per legge la compravendita di gioielli e il reperimento di materiali preziosi e gemme risulterà praticamente impossibile. Negli anni ’40 la gioielleria subirà, quindi, una parziale battuta d’arresto, e si rivolgerà a forme imponenti e gemme semipreziose (o sintetiche) per sopperire alla mancanza di pietre e metalli preziosi.

In alto a sx, collana Cerchi per Carla Cerchi,
Giò Pomodoro, Milano anni '50;
collane e spilla, Arnaldo Pomodoro, anni '60

Negli anni ‘50, avviene l’emancipazione dalle influenze esterne e nascono i cosiddetti gioielli d’artista (tra gli esponenti di spicco, Arnaldo e Giò Pomodoro). Il boom economico degli anni ’60 vede Bulgari sfidare i grandi gioiellieri francesi con uno stile unico e inconfondibile (vivaci combinazioni di colore, forte ricerca del volume, tagli insoliti per le pietre, introduzione di monete antiche su gioielli contemporanei).

In alto, collana e bracciale, Bulgari, collezione Tubogas;
in basso, collana e bracciale, Bulgari, collezione Chandra;
a dx, bracciali, Bulgari, collezione Serpente

Nel 1971 si assiste a un’esorbitante ascesa del prezzo dell’oro, che avrà come conseguenze dirette lo sviluppo da un lato del design e della creatività, per sostituire questo metallo prezioso sempre più costoso, e dall’altro di materiali alternativi, quali acciaio, perspex…
Gli anni ‘80 segnano il successo di Milano e della moda italiana, incoronando i nuovi re: gli stilisti. Con l’ingresso di Gianfranco Ferré da Dior nel 1989 l’egemonia francese è ormai un vecchio ricordo. Dopo questa data, il gioiello italiano risulta di difficile definizione in un mercato sempre più allargato, globale e standardizzato.

Gioielli della Scuola di Padova

A corollario di questa interessante esposizione, oltre al catalogo, segnalo il volumetto Breve guida alle tecniche in gioielleria di Lia Lenti e i vari incontri, laboratori didattici, aperitivi e tè al museo, proposti per approfondire le preziose tematiche della mostra.



Sara Radaelli

Sito della mostra



Foto scattate dall’autrice dell’articolo

Sulla via della seta

Dopo aver approfondito la produzione di cashmere, baby cashmere e vicuña nell’articolo di giugno (qui), il nostro viaggio alla scoperta dei tessuti più pregiati fa tappa a Como, da sempre la capitale italiana della seta, nota a livello internazionale per la sua industria tessile di elevata qualità e sede del Museo didattico della Seta (istituito nel 1990), celebre in tutto il mondo e visitato da migliaia di addetti ai lavori e curiosi provenienti da ogni dove.

Bandiere all'ingresso del Museo didattico della Seta di Como

Fin dall’antichità, la seta era uno dei tessuti più pregiati e apprezzati: destinazione finale della via della seta era Roma, che importava il prezioso materiale senza per altro sapere con precisione quale ne fosse l'origine (se animale o vegetale) e da dove provenisse. Un percorso di circa 8.000 km costituito da itinerari terrestri, marittimi e fluviali che si snodavano dalla Cina alla capitale dell’impero romano, lungo il quale viaggiarono, oltre al prezioso tessuto, grandi idee e religioni.

Ingresso del Museo didattico della Seta di Como

Senza compiere peripli e circumnavigazioni, al Museo di Como (su una superficie espositiva di circa 1.000 mq) è possibile avventurarsi alla scoperta del ciclo completo di lavorazione di questo tessuto, dall’allevamento del baco alla nobilitazione attraverso torcitura, tessitura, tintoria e stampa, interamente documentato grazie a un ricchissimo patrimonio di attrezzature, macchine e strumenti ancora funzionanti in uso tra metà Ottocento e metà Novecento, e a oggetti, documenti e testimonianze fotografiche che offrono – caso pressoché unico al mondo – anche la documentazione storica dello sviluppo economico, sociale e urbano della città, fortemente influenzato dall’industria tessile.


Pannello di Federico Mantero

All’ingresso, accoglie i visitatori questo bellissimo pannello realizzato da Federico Mantero con i componenti delle varie macchine per la lavorazione della seta: navette, aste per fusi, spole… a significare l’importanza della tecnica e delle macchine in un processo produttivo che ha origini contadine.


Stampa antica raffigurante il Bombyx mori

Fino agli anni Cinquanta, in migliaia di case della pianura e delle colline lombarde, in una stanza dedicata tenuta a temperatura costante e ben arieggiata, si allevava, infatti, il baco da seta (Bombyx mori, bombice del gelso), che al museo è possibile vedere dal vivo nelle varie fasi di crescita. Molto esigente in termini alimentari (si ciba unicamente di foglie di gelso sempre fresche), questo piccolo animale lungo circa un millimetro, in un mese moltiplica il suo peso di circa diecimila volte, arrivando a misurare 8-9 cm.

Prodotti in vendita al negozio del Museo

Come spesso accade per i prodotti vanto del Made in Italy, anche la produzione serica di Como affonda le radici nell’artigianato e nella civiltà contadina che, tra le altre cose, ha introdotto nella nostra bellissima lingua tanti modi di dire di cui non ricordiamo nemmeno più le origini. Dopo la visita a questo museo unico al mondo, scoprirete, invece, da dove derivano le espressioni “dormire della quarta” o “dormire della grossa”: nel corso della sua vita, spesa quasi interamente a dormire, il baco subisce infatti quattro mute. La quarta “dormita”, come viene chiamata in gergo, è la più lunga e per questo definita “la grossa”.

Espositore presso il negozio del Museo


Sara Radaelli




Sito del museo
http://www.museosetacomo.com/


Foto scattate dall’autrice dell’articolo o tratte dal sito del museo.

Antonio Marras, un artista irrequieto

Inquietante. Ossessiva. Meravigliosa.

La mostra Antonio Marras. Nulla dies sine linea. Vita, diari e appunti di un uomo irrequieto alla Triennale di Milano dal 21 ottobre 2016 al 21 gennaio 2017 è un’esperienza che non può lasciare indifferenti.

Ingresso della mostra

Già dal titolo, che si ispira alla celebre frase di Plinio il Vecchio riferita al pittore Apelle che “non lasciava passar giorno senza tratteggiare col pennello qualche linea”, si intuisce la volontà dello stilista di far conoscere la sua urgenza creativa, l’arte senza la quale non gli è possibile trascorrere nemmeno un giorno della vita, quel desiderio di “mostrare una parte di me sconosciuta fino ad oggi”, come lui stesso dichiara. Un’anatomia dell’irrequietezza dell’uomo Marras, protagonista qui, che per una volta mette in ombra il celebre stilista osannato sulla scena della moda internazionale. Niente abiti da lui disegnati, infatti, né retrospettive più o meno fashion.

Varcando la soglia e attraversando i due “muri” di camicie appese a dei fili dai quali pendono anche dei campanacci che ricordano tanto le greggi della sua amata Sardegna, Marras ci fa entrare nel suo universo onirico (non a caso, le camicie sono appese a strutture di vecchi letti in ferro), chiedendoci di abbandonare ogni legame con la realtà, pronti a lasciarci andare alla dimensione del sogno.

Prima installazione all'ingresso della mostra

Il percorso lineare della lunga sala immersa nella penombra è inframmezzato da isole-installazioni illuminate da luci puntuali che si susseguono al centro l’una dopo l’altra, senza un filo logico, come sogni che incalzano e si rincorrono nel subconscio di una mente addormentata. La colonna sonora fatta di suoni, voci, stralci di musica, aiuta a immergersi in un’altra dimensione in cui tutto è confuso, indistinto, galleggia sulla superficie dell’inconscio, sensazioni che si mescolano aggrappandosi ai ricordi. Passeggiando nella semioscurità, l’infanzia di Marras, i continui riferimenti alla sua terra, al suo passato, diventano pian piano archetipi antichi che si inframmezzano ai ricordi della mia infanzia, dell’infanzia di tutti, che riemergono trasformandosi e deformandosi.

Un'installazione

Quello di Marras è un sogno d’infanzia sinistro, che disorienta perché presenta una realtà amputata della bellezza, una sorta di “insane beauty”. La favola di Marras è una fiaba ancestrale, di quelle che spaventano i bambini, trasformati in animali di pezza dai lunghi arti seduti in una vecchia classe. La ripetizione, l’enumerazione, contengono una certa infantile primitività: i grembiulini ordinatamente appesi fuori dall’aula esprimono un’ossessività quasi maniacale, che tutto ha tranne la vitalità della fanciullezza. Tutto sembra arrestarsi in simboliche nature morte, dai significati reconditi, come le alzate cariche di fiori e calchi di dentiere che ci mostrano l’infanzia come riflessa negli specchi deformanti di un carrozzone da circo.


Interno dell'installazione che ricrea un'aula di scuola

Esterno dell'installazione che ricrea un'aula di scuola

In un’altra isola, tre incubatrici accolgono ognuna un quaderno degli appunti dello stilista, che è possibile sfogliare indossando i guanti in lattice a disposizione e inserendo mani e braccia negli oblò: tutta la mostra è pervasa dall’idea dell’arte come bambino prematuro, aborto o feto nato morto, bimbi come creature inquietantemente fantastiche.

Una delle incubatrici

Quello di Marras è un incubo arcaico, un sogno dal quale non vedevo l’ora di svegliarmi, un viaggio sott’acqua dal quale desideravo riemergere, in cui corpi costantemente allungati con arti che si estendono a dismisura – come statue di Giacometti – mi trascinavano ancora più nell’abisso. Alle pareti, si scorgono degli ex voto, forme di devozionismo popolare; quadri, rielaborazioni, schizzi, bozzetti, collage. E poi porte, porte, porte. Vecchie porte ovunque, finestre dalle quali affacciarsi a realtà talmente umane da aver perso qualsiasi umanità, pertugi, tende dalle quali spiare una stanza-boudoir vietata ai minori in cui perdersi a spiare le ossessioni più intime.

Installazione con corpi appesi

Se la mostra avesse un odore, sarebbe di incenso misto a polvere misto a sangue rappreso, quel lato salino-dolciastro del sangue. L’odore dei ricordi…





Sara Radaelli

Sito della mostra




Foto scattate dall’autrice dell’articolo.

O la borsa o la vita!

“Ma la vita, si capisce! Come potrei sopravvivere senza la mia borsa?”
Mi pare già di sentirle, schiere di fashion victim indignate per l’assurdità dell’intimazione. E, in effetti, quale donna rimarrebbe indifferente se le fosse sottratta questa estensione artificiale del proprio corpo?

Compagna, ricettacolo di segreti, complice, status symbol, objet d’art, accessorio indispensabile: la borsa è questo e molto altro, come spiega Robert Anderson nel libro Cinquanta borse che hanno cambiato il mondo, edito in Italia da De Agostini e tradotto da Maddalena Togliani. Un piacevolissimo volumetto di poco più di un centinaio di pagine, pubblicato in collaborazione con il Design Museum di Londra, che illustra in ordine cronologico le it bag più celebri del globo ma anche i tipi di borsa che hanno davvero rivoluzionato la vita di milioni di donne.

Copertina del libro
Cinquanta borse che hanno cambiato il mondo

Tra le 50 icone si trovano modelli intramontabili che non hanno bisogno di presentazioni, come la Kelly e la Birkin Hermès, la 2.55 di Chanel, la baguette di Fendi o la borsa nera in nylon di Prada. Ma anche modelli storici che hanno profondamente influenzato la storia della moda e del costume, o interessantissime curiosità che mostrano quanto il fashion tragga la sua linfa vitale dalle necessità sociali.

Le borse Birkin e Kelly di Hermès


Tra i modelli storici si annoverano forme senza tempo, come la bisaccia della fine dell’Ottocento, la borsa da medico dei primi del Novecento, la cartella da scolaro anni ’50, la shopper risalente agli anni 60 o la messenger di fine anni ’80. Oppure modelli nati a seguito del boom dei trasporti: sulla scia dei viaggi in diligenza o in treno a fine Ottocento è stata creata la carpet bag, la sacca da viaggio realizzata con scampoli di vecchi tappeti applicati su una struttura in metallo; durane l’epoca d’oro dei lunghi viaggi internazionali su treni come l’Orient Express viene creata da Louis Vuitton la steamer bag (1901) in tela e pelle dalla forma tozza e squadrata che traeva ispirazione dai sacchi postali in uso in America.

La steamer bag firmata Louis Vuitton

In fatto di curiosità, invece, mi ha colpito la borsa per la maschera antigas nata attorno al 1940. All’inizio della Seconda Guerra mondiale, il governo britannico fornì a ogni cittadino una maschera antigas, distribuendole in semplici scatole quadrate di cartone dotate di una lunga tracolla regolabile. Per assecondare il gusto estetico delle signore dell’epoca, i grandi magazzini furono invasi subito dopo da borsette del formato giusto per accogliere questo accessorio da portare – purtroppo – sempre con sé.

Le borse per la maschera antigas in "voga"
in Gran Bretagna attorno al 1940

Interessante anche l’evoluzione ecologista dei sacchetti per fare la spesa, presenti anch’essi in questo libro da leggere tutto d’un fiato. Dal self-opening sack brevettato da Charles Stilwell nel 1883, il mitico sacchetto di carta con pieghe laterali che stava in piedi da solo, che ha accompagnato generazioni di massaie americane fino agli anni Settanta ed è rimasto un simbolo della spesa a stelle e strisce negli anni del boom economico, passando per la busta di plastica con i manici che negli anni Sessanta rappresentò un’invenzione geniale, dimostratasi però nel tempo una seria minaccia per l’ambiente, fino alle moderne shopping bag a sfondo green, come la “I’m not a plastic bag” in stoffa di Anya Hindmarch (2007) e la Home in tela stampata di Hussein Chalayan (2009), autentici manifesti a favore dell’ambiente.

A sx, la Home bag di H. Chalayan e
a dx la "I'm not a plastic bag" di A. Hindmarch

Che si tratti di modelli ispirati a guanti da baseball (la Unique Bag Project di Issey Miyake), stivali di gomma per la pioggia (la Bootbag di Saskia Marcotti) o labbra rosse e carnose (la clutch Lips di Lulu Guinness), il legame tra borse e design, tra moda e vita reale è indubbio. Anche nel linguaggio: lo sapevate che dall’inseparabile Ferragamo di Margaret Thatcher è nato in inglese il verbo to handbag (letteralmente “prendere a borsettate”), che significa “trattare con durezza” in onore della Lady di ferro? O che la borsa da uomo, in circolazione dalla metà degli anni Novanta, è chiamata murse, dalla fusione dei termini inglesi man e purse?

Quindi forza, donne (e non solo) di tutto il mondo, ora tocca a voi scegliere la borsa dei vostri sogni! Io vi lascio con un piccolo gioiello: la Inro di Nathalie Hambro.

La borsa Inro di N. Hambro




Sara Radaelli

Percorsi e fragranze

“Sentire l’odore di chi ami,
sentirne la voce e sentirlo col cuore.
Sentire è il verbo delle emozioni.”

Questo verso della grande poetessa Alda Merini introduce l’evento di cui vorrei parlarvi questo mese, Straordinario Sentire, trilogia del profumo in tre atti, un percorso olfattivo a cura di Accademia del Profumo, realtà fondata nel 1990 per valorizzare il profumo come elemento essenziale del benessere, promuoverne la creatività, accrescerne la cultura e la diffusione in Italia.

Locandina dell'evento "Straordinario Sentire"

Il percorso-installazione interattiva è stato allestito nel mese di giugno a Milano, presso l’Orto Botanico di Brera, dove ha attirato oltre 1300 visitatori, e verrà riproposto a Firenze, nella suggestiva cornice dell’Orto Botanico del Giardino dei Semplici, in concomitanza con Pitti Fragranze 14, dal 9 all’11 settembre.


Insegna all'ingresso e scorcio dell'Orto Botanico di Brera, Milano

L’evento di Milano (che potete rivivere qui grazie al video-racconto e alla galleria fotografica di Accademia del Profumo) ha rappresentato una piacevole occasione per immergersi ancora una volta nell’universo degli odori, che immancabilmente evoca in ognuno di noi ricordi, persone, luoghi della memoria, vicini o lontani nello spazio e nel tempo. L’Orto Botanico di Brera ha accolto l’evento in una location naturale di grande bellezza, con un padiglione centrale dove è stato allestito il percorso vero e proprio, e un percorso-passeggiata nel giardino punteggiato da una serie di totem, piccole teche sparse in tutto il parco che richiamavano le varie famiglie olfattive.

Uno dei totem allestiti lungo il percorso all'Orto Botanico

Il percorso presentava inizialmente l’omonimo film inedito “Straordinario Sentire” (qui), che racconta l’evoluzione del profumo nella storia, dall’Antico Egitto passando per le corti rinascimentali, e giungendo infine al XX secolo con lo splendore degli anni ’20, il rivoluzionario Flower Power anni ’70, fino ai nostri giorni. Dopo questa introduzione, si entrava nel vivo cominciando ad annusare. 40 odori accompagnano i tre atti del percorso: il primo dedicato all'emozione, il secondo all'evoluzione, il terzo alla conoscenza.

Ampolle e cassetti nella prima fase del percorso

Il primo atto prevede 13 odori contenuti in ampolle senza etichetta, odori dei ricordi da abbinare ad oggetti contenuti in alcuni cassetti. Un gioco che risveglia piacevolmente i sensi evocando la fragranza del pane fresco, il profumo del mare e delle vacanze, la gomma da masticare appiccicata sotto i banchi di scuola…
Il secondo atto riguarda, invece, i mutamenti del profumo, la sua valenza sociale nel corso del tempo. Pannelli esplicativi presentano, nascoste in piccoli cassetti, spiegazioni sulla storia del profumo, in pillole.

Uno dei pannelli sulla storia della profumeria

Il terzo atto vuole mettere in luce il “dietro le quinte” della produzione, dalla fabbricazione della fragranza (con video e immagini sulle tecniche di lavorazione delle materie prime) al packaging, fino alla comunicazione. Gli spunti più interessanti li ho trovati nella parte sulla storia contemporanea, che presenta l’attuale incrocio di tendenze e gli ultimi trend: l’invasione del preziosissimo legno di oud nelle formule, una variante più “soffice” del classico accordo gourmand (in cui le note assumono sfaccettature più soavi di praline, di macaron e, soprattutto, di liquori – rum, whisky, gin – per appagare un pubblico maschile), la predilezione per l’accordo verde esperidato. Mi sono, inoltre, tuffata alla scoperta di nuovi odori che non avevo mai avuto l’occasione di sentire: negli ultimi tempi la sintesi ha prodotto in casa Mane la Red Seaweed Jungle Essence, un’essenza derivata da un’alga proveniente dalle coste bretoni che esprime accenti legnosi di muschio vegetale uniti a note marine (oltre all’odore, ricorda l’alga anche il colore verdognolo del liquido, molto persistente dato che impregna ancora la mouillette-segnalibro sulla quale l’avevo spruzzato).

Uno dei pannelli sulle attuali tendenze della profumeria

Sempre a proposito di sintesi e ultime tendenze, se decidete di intraprendere anche voi il percorso, non perdetevi l’esclusivo Champagne Living (di IFF) e la sublime Diamond Orchid (di Symrise), entrambi catturati con tecnica Headspace. In quest’ultimo caso, grazie alla tecnica Scent Trap, una tecnica di estrazione con spazio di testa brevettata da Symrise, è stato possibile ottenere il profumo di un’orchidea del Brasile che per 23 ore al giorno non emana alcun odore e solo per 40 minuti libera un sentore paradisiaco.

In generale, ho trovato questo percorso della durata di 1 ora circa un buon evento introduttivo alla profumeria. I neofiti potranno scoprire un universo interessante e alquanto sfaccettato, gli intenditori troveranno forse solo conferme e qualche curiosità da annusare, ma direi che nel complesso è risultato piacevole, con contenuti divulgativi corretti e ben strutturati (non a caso, dietro i contenuti di Accademia del Profumo si cela l’esperta Maria Grazia Fornasier, fondatrice e presidente di Mouillettes & Co.).

Brochure del seminario 'Tradurre il profumo. Le parole dell'invisibile'

Se questo articolo vi ha incuriosito, e magari siete anche traduttori, vi segnalo l’VIII edizione del mio seminario Tradurre il profumo. Le parole dell’invisibile, che si terrà a Bologna il prossimo 29 ottobre (brochure qui). Una giornata dedicata all’arte di tradurre nel settore delle fragranze, che non può prescindere dalla conoscenza delle basi della profumeria, e che propone un viaggio iniziatico per avvicinarsi consapevolmente a questo mondo grazie a un’esperienza olfattiva diretta: insomma, si studierà, si tradurrà e si annuserà a più non posso!


Sara Radaelli


Sito di Accademia del Profumo

Foto scattate dall’autrice dell’articolo.
L’immagine della locandina dell’evento è stata tratta dal sito Accademia del Profumo.